—Due!—gridò Tristano, poichè gli ebbe veduti rialzare la testa; segno che l'operazione era finita.

Gli avversarii allungarono il braccio e spianarono le armi. Per quattro o cinque secondi si videro balenare le canne, in atto di cercare la mira.

—E adesso, signori,—disse lentamente, soavemente il Priore, per non pigliarli alla sprovveduta e non cagionare sobbalzi,—possono far fuoco. E tre!—

Due lingue di fuoco, pari a due nappine di seta scarlatta, guizzarono dalle canne, e incontanente si udì lo stianto di due colpi.

Tristano guardò Ariberti. Era in piedi, duro stecchito ma col suo risolino sulle labbra.

Si volse allora con una rapida occhiata al Forniglia, e lo vide dare una mezza volta sulla persona, annaspando colle braccia in aria, mentre l'arme gli cadeva di pugno. Spiccò un salto e giunse in tempo a mettergli le mani sotto le ascelle, in quella che il disgraziato stava per dar del gomito nella neve.

Anche gli altri padrini ed il chirurgo, veduto il brutto giuoco, furono pronti ad accorrere intorno al ferito.

—Povero Nanni!—fatti animo!—-gli disse quel della tuba, aiutandolo a star sulle gambe.

—Che animo d'Egitto!—mugghiò il Forniglia, colla schiuma alla bocca.—Non è nulla! Un pugno tra capo e collo… e sono cascato per terra.—

Così tentava il ferito di definire la sensazione provata al colpo del suo avversario.