—Che? è finita?—balbettò l'Ariberti, che ancora non era rinvenuto dal suo stupore.

—Finita, sicuramente. Ma ora che ci penso, Lei ha ragione; non abbiamo mica detto la parola solenne. Signori,—proseguì allora Tristano, rivolgendosi ai padrini dell'avversario, che avevano deposto allora su di una scranna il loro primo,—favoriscano un po'. Occorre più altro?

—Per che cosa?—domandarono essi, in atto di cascar dalle nuvole:

—Ma, per la faccenda che ci ha condotti fin qua. Siccome sta a loro di dichiararsi soddisfatti…

—Mi pare,—disse quel della tuba, stringendosi nelle spalle,—che non ci sia proprio altro da chiedere. Povero Nanni! Ha avuto il fatto suo a misura di carbone.

—La sorte non lo ha favorito;—soggiunse l'altro padrino;—ci vuol pazienza.

—Dunque, signori,—disse il Priore, tirando la somma,—l'onore è soddisfatto e possiamo mettere in libertà il signor Ariberti.

—Certamente, e se il signore ci permette…—

Ariberti concedette la mano con molto decoro a quei due mascalzoni, che si affrettarono a ritornare dal loro povero Nanni.

—Potrà lavarsela, quando saremo tornati in città!—gli disse all'orecchio il Priore.