—Lo so, signori, lo so: e la mia gratitudine…

—La sua gratitudine ce la dimostri seguendo un mio consiglio, che quasi potrei chiamare paterno. Da domani cangi vita e costumi. Studi un po' meno il cattivo latino delle Pandette e vada a far pratica in una sala d'arme. Io starei anzi per due lezioni al giorno. S'impadronisca della cavata e del filo diritto, della parata di picca, del copertino e della botta sul tempo. Vada anche al Valentino, a fare ogni giorno i suoi dieci o dodici colpi di pistola, tanto per tenere il pugno in linea. Nulla dies sine linea, lo raccomandava anche Apelle.—

Ariberti non potè trattenere un sorriso, vedendo Apelle chiamato a far testo in materia di pistola. Egli riconobbe per altro che il suo Mentore poteva averci ragione. Quando uno fa bene una cosa, non si dice egli che dipinge?

—I libri! bella cosa!—proseguiva intanto il Priore che era bene avviato.—Ma, domando io, a che servono tranne ad insegnare il passato? È il presente, quello che ci abbisogna; e l'avvenire, quello che deve esser nostro quantunque in grembo a Giove. Sia forte, e non si curi più d'altro. Il mondo, è vero, non si governa sempre colla prepotenza; ma il più delle volte, sì. Tutto il resto del tempo, lo si mena pel naso coll'ipocrisia, coll'astuzia. A me duole di guastarle il candore della sua gioventù; ma un maestro, oggi o domani, lo dobbiamo aver tutti; dunque, meglio oggi che domani. Veda; se a me queste cose me le avessero dette subito, come io le dico a Lei, mi avrebbero premunito in tempo, e non avrei fatto tante sciocchezze. Si fidi a me; e poichè oggi sono di buon umore per Lei e parlo latino, aggiungerò: experto crede Ruperto. Non c'è di efficace al mondo che la prepotenza e l'astuzia; ma ambedue hanno bisogno di una leva, l'associazione. Viribus unitis! Venga con noi; troverà nei cavalieri di Malta il fatto suo. Non siamo ipocriti, l'avverto…

—Prepotenti, dunque;—conchiuse Ariberti, temperando con un sorriso e con una soavissima inflessione di voce l'asprezza del vocabolo; il quale, del resto, veniva da sè.

—Sì perchè no?—disse di rimando il Priore.—Siamo in guerra col mondo. Le leggi, i costumi, tutti nuesti fili di seta con cui fu legato Gullivèro nell'isola di Lilliputti, sono in questa guerra quel che sarebbero nell'altre gli accidenti del terreno. Dobbiamo ammetterli, non potendo distruggerli. Or dunque, sul teatro in cui la fortuna ci ha posto, in mezzo a tutte quelle difficoltà che non è dato all'uomo di sopprimere, diamo le nostre battaglie, e allegri, ci guadagniamo la nostra parte di sole. Che gliene pare? non va fatto così?

—Lei mi ha suo discepolo ed apostolo!—rispose Ariberti infiammato.

—Bene! A proposito di apostoli, non dimentichiamo il cenacolo. Gli amici aspettano ansiosi. Sa lei, mio giovine eroe, che tra ieri e stanotte me li ha tutti conquistati? E non son mica ragazzi di prima impressione! Pure, tutti le vogliono bene come ad un vecchio compagno. Luciano Valerga dice che gli sembra di avere riveduto sè stesso, quando aveva diciott'anni. Per l'anima, forse; per la faccia, non credo;—soggiunse garbatamente il Priore.

Luciano Valerga non era là per offendersi. C'era in quella vece Ariberti per intendere il complimento, a farsi in volto del color delle fragole.

CAPITOLO IX.