Di molte sciocchezze che fece il mio eroe prima di diventar baccelliere.
La vittoria di Ariberti fu celebrata il giorno dopo con un pranzo magno, che toccò a lui di pagare. Una vecchia zia, della quale si era ricordato in buon punto, gli cambiò la sua buona memoria e le sue accorte bugie in moneta sonante, e mai danaro giunse più a buon punto per salvare un Anfitrione in sessantaquattresimo da una brutta figura. In verità, sarebbe stata una disdetta, come a dir il romper l'uova in sull'uscio, perchè il pranzo era riuscito stupendo, ricco di delicatezze luculliane, di allegria e di brindisi, e il nome di Ariberto Ariberti volava per tutte le bocche di quei cerberi, che erano i suoi nuovi amici, dispostissimi, se continuava di quel passo, a suonare per lui tutte le trombe della fama.
Da quel giorno, il nostro eroe cominciò a passeggiare pettoruto per le vie di Torino, assaporando la gloria di esser mostrato a dito dai venticinque o trenta sfaccendati, che hanno in prima mano e mettono in giro le notizie spicciole della cronaca cittadina. Intanto, dava occhiate assassine alle donne che gli passavano da presso, e si credeva sul serio un irresistibile Adone, non potendo supporre che tutte quelle creature fragili, ammiratrici della forza e del valore, non sapessero chi egli fosse e quali miracoli avesse operato.
Quasi non sarebbe mestieri di raccontare che il glorioso feritore di Giovanni Forniglia aveva mandato a quel paese la signora Giuseppina Giumella, non rispondendo neppure alle lettere pentite della fiorista, che si affannava a dirgli in pessimo italiano di abborrire quel mostro di suo cugino, il quale era stato ad un pelo di ucciderle il suo tesoro, il suo diletto «Aliberto». Quella disgraziata aveva avuto un bell'offendere la sintassi per lui, un bell'assassinare l'ortografia, un bel chiudere le sue lettere con un «io l'amo indissolubile». Il suo Ernani ci aveva altro pel capo. S'era proposto di non lasciarsi più cogliere a quelle panie volgari; non vedeva che marchesane e duchesse, non sognava che carrozze stemmate e foderate di raso, cavalli di puro sangue, lacchè gallonati allo sportello, cocchieri gallonati a cassetta. Il che torna a dire che, se era innamorato sempre della marchesa di San Ginesio, era anche pronto ad intenerirsi per tutte le bellezze titolate di Torino, dell'Italia e del mondo. Benedetta gioventù, quando ci si mette!
Ferrero, Candioli e gli altri amici del caffè dell'Aquila, che lo avevano abbandonato in quel suo bisogno, come seppero che n'era uscito ad onor suo, e buscandosi anche la nomèa di ammazzasette, ebbero a mordersi le dita dalla rabbia. Già, egli aveva tolto il saluto al Ferrero e agli altri minori della brigata. Quanto al Candioli, il signorino non si salvò per altro dal corruccio del nostro eroe, fuorchè per la sua corona di conte. Ma il saluto era così pieno di alterezza, ci si vedeva tanto la degnazione, che il figlio di Sua Eccellenza non ebbe certamente a tenersene.
Si capisce che l'Ariberti, volendo star sulla sua, si era anche ritirato dal giornale La Dora. E questo, a conti fatti, non sarebbe stato un gran male; che anzi! Ma il peggio si fu che il giovinotto, per romperla col passato, si allontanò anche dall'università, non andandoci che a lunghi intervalli e di mala voglia, quando gli bisognava la firma dei professori sul certificato scolastico. Ma da altra parte, non si può mica d'un tratto cantare e portar la croce, o sorbire nel medesimo tempo e soffiare. Se il novizio dei cavalieri di Malta faceva di notte giorno, era pur naturale che facesse di giorno notte.
Tra i nuovi amici che quella sua impresa guerresca gli aveva procacciati, gli andava maggiormente a' versi Luciano Valerga. Le teoriche strambe, i paradossi sgangherati di quel letterato in partibus, lo seducevano per modo, che gli sembrava di non avere inteso mai nulla, fino a quel giorno, nelle ragioni dell'arte. Poveri classici come apparivano piccini davanti alla critica trascendentale dell'amico Valerga! Come li sfatava, quel giudice inesorabile, mostrando la loro povertà di sostanza sotto a quella insaldata ricchezza di forma! Schiavi della parola, pedissequi della frase, quei disgraziati non avevano capito mai, nè saputo rendere nei loro scritti, la voce profonda delle cose. La lettera aveva ucciso lo spirito. Litera necat, soggiungeva con molta compiacenza il Valerga. Bisognava rifarsi da capo, dimenticare tutto ciò che era stato fatto, e lì, senza preoccupazioni di scuola, mettersi a faccia a faccia colla natura immortale. E copiare? No, che Iddio ce ne scampi; guardare, scaldarsi, e vedere che cosa fosse per nascere. La vera poesia, la vera arte, era là, in quel contatto immediato, senza apparecchi, senza precauzioni, tutta roba che il critico trascendentale battezzava con certi nomi, infamava con certe similitudini, da farne arrossire, nonchè l'Ariberti, un maresciallo dei reali carabinieri.
E a faccia a faccia colla natura immortale ci si provò a stare anche lui; l'Ariberti, s'intende. A dimenticare ciò che era stato fatto prima, non durò poi una gran fatica, perchè alla sua età non c'era pericolo che si fosse troppo guastato cogli esemplari. E il frutto di quella sua convivenza colla natura fu una tragedia romantica, molto romantica, cioè a dire piena zeppa di tutte le stravaganze, seminata di tutti i lustrini, aggravata di tutto il princisbecco che per lui si poteva; miscuglio indigesto di prosa pedestre e di scappate pindariche, senza la verità dei caratteri, il sentimento profondo della natura sullodata e quegli accenni di classicismo nostrano (sicuro, di classicismo nostrano) che contraddistinguono i capolavori forastieri e ne fanno condonare eziandio le stranezze.
La tragedia non era punto rappresentabile. Ci entravano quarantacinque interlocutori, tra i quali otto o dieci personaggi fantastici.—Bisogna stamparla,—disse Valerga,—affermare la scuola. Si poteva non farla, contentarsi d'immaginarla e di contemplarla nella propria mente, l'unico teatro in cui non ci siano spettatori viziati da un cattivo sistema, o ròsi dal canchero dell'invidia; ma adesso che è scritta, bisogna metterla fuori, gettarla come una palla rovente nel campo nemico. Non c'è tutto fior di farina; qua e là si vedono traccie del cattivo gusto. Già, non si è vissuto impunemente nella terra di Moab. Ma il sistema è buono; bisogna stampare.—
Ora, i consiglieri si trovano ad ogni uscio; gli editori no. E tra questi generosi aiutatori dell'ingegno nascente, non ce n'era uno in tutta Torino, uno solo, che vedesse la necessità di «affermare la scuola» a sue spese. Era un bel lavoro, non ci cascava dubbio, anzi un lavoro sublime. Ma l'autore poggiava troppo alto, e il pubblico era orbo. A questo pubblico bisbetico bisognava entrargli nelle grazie con opere più modeste. Cinque o sei novellucce, otto o dieci madrigali, una dozzina di epigrammi, tanto da mettere insieme un almanacco, perchè no? Si era ancora in aprile; ma per l'appunto avanzava il tempo da scrivere e dare alle stampe, per uscir fuori in settembre.