Lo spediente tornava ostico al giovine poeta, che si sentiva bollir dentro a rinfusa Shakespeare, Byron, Schiller, Göthe, e una dozzina di profeti minori per giunta. Ma l'editore, che pizzicava di letterato, fu pronto a ribattergli che l'almanacco per l'appunto era una forma di pubblicazione non disprezzata dai grandi. Gli stessi Göthe e Schiller non avevano fatto insieme un Almanacco delle Muse e mandato i loro versi immortali sotto la coperta dei dodici mesi dell'anno?
Ariberti fu scosso dalla efficacia dell'argomento. Per altro, innanzi di appigliarsi ad un partito, volle sentire il savio parere di Filippo Bertone. Filippo era un amico vecchio, che egli trascurava da un pezzo; ma, in una occasione come quella, non ci era che lui per dargli un consiglio. Aveva buon gusto; era sincero; se la tragedia piaceva a lui, doveva esser buona; e allora….. Ariberti veramente non sapeva che cosa avrebbe fatto allora: ma intanto, il giudizio di Filippo Bertone gli pareva più necessario che mai.
Egli adunque si avvio difilato a trovarlo in quella cameretta di via Santa Teresa, che al Bertone piaceva poco sul principio, ma a cui si era in breve cosiffattamente avvezzato, da non far più il menomo conto delle profferte della sua antica padrona di casa. Ariberti si aspettava lo squallore della prima volta che era stato lassù, ma s'ingannava a partito. La camera, strettina sempre (a farla più larga non sarebbe riuscito nemmanco il dio degli architetti), si vedeva arredata con una certa grazia, e quasi quasi con un'ombra di lusso. I mobili erano sempre quelli, ma lustrati con diligenza e rimessi a nuovo. La carta felpata che tappezzava le pareti, il copertoio del letto, operato dello stesso disegno e dello stesso colore della carta, una stoia d'erba sala intessuta a meandri sul pavimento, una stufina di terra cotta in un angolo, una gloriosa famiglia d'erbe in certi vasi verniciati sul davanzale, conferivano a quel nido di pàssero solitario un aspetto signorile, che non aveva nemmeno la camera dell'Ariberti, con tutto che fosse in piazza Vittorio Emanuele, al secondo piano, con un'ariona da salotto coi rispettivi seggioloni, cassettoni, fiestroni, padiglioni e coltroni di damasco.
Anche Filippo non pareva più quello d'una volta; era anzi mutato, trasfigurato in tal guisa, che il vecchio maniscalco di Mondovì, se quel giovinetto gli fosse capitato lì per lì davanti agli occhi, non avrebbe a tutta prima riconosciuto suo figlio, e riconosciutolo, avrebbe pianto dalla contentezza, parendogli d'essere diventato di punto in bianco il genitore d'un principe. Filippo Bertone era vestito con molta semplicità, ma altresì con molta lindura. Il suo abbigliamento, tutto d'un colore, e d'un colore severo, mostrava il taglio della stagione, senza dare nell'esagerato della moda. La camicia, mezzo nascosta dalle pieghe d'un'ampia cravatta nera, lasciava vedere i solini al collo, e i polsini alle mani. I capegli nerissimi, tagliati cristianamente e ravviati con garbo, facevano risaltare la purezza dei lineamenti e la soavità dello sguardo. Appariva insomma un bel giovane, pallido sempre nel viso e non molto in carne, ma appunto per ciò di più gradevole aspetto. La bellezza moderna, che è tutta espressione, non tiene per indispensabili le guance pienotte e gli accesi colori di un temperamento sanguigno.
Ariberti rimase attonito un pezzo a guardare quella metamorfosi, e durò fatica a mettere insieme cinque o sei frasi per rispondere alle amichevoli accoglienze del suo vecchio compagno. Sopra ogni cosa gli aveva fatto senso di non vedere indosso a Filippo quel famoso giubbone color di tabacco, che da due anni, se non più, era avvezzo a considerare come una parte integrale di lui.
Volgendo gli occhi intorno, lo vide finalmente, quel prezioso cimelio degli antichissimi tempi. Era appiccato ad una gruccia contro la parete, ma più in apparenza di sacra reliquia, che non d'arnese in attività di servizio. Infatti, ad una gruccia vicina era appeso un pastrano, la cui bella forma e la lucentezza del panno facevano un vivo contrasto coll'aria tapina di quello spelacchiato e stinto testimonio della passata miseria.
Donde quel cambiamento improvviso? Il suo amico Filippo aveva egli vinto per avventura una quaderna ai lotto? Ma perchè la cosa fosse andata a quel modo, sarebbe stato mestieri che Filippo avesse giocato; e la supposizione, per dirla col frasario dei filosofi, non faceva che allontanare la difficoltà. Infatti, o donde avrebbe Filippo cavati i danari della giocata, egli che campava con uno stecco unto trecento sessantacinque giorni all'anno, e trecento sessantasei quando l'anno era bisestile?
Non sapendo come rigirarla, Ariberto chiese all'amico se era sempre alla Dora per correggere le bozze di stampa.
—C'ero fino a otto giorni fa,—rispose Filippo,—ma devo essermi guadagnato l'antipatia di qualcheduno perchè hanno soppresso l'ufficio.
—Diamine!—esclamò Ariberto.—-Mi fa specie del conte Candioli, a cui facevi servizio quel poco.