Anche Valerga, chiesto del suo parere intorno alla stampa dei frammenti (il poeta si era astenuto dal dirgli donde venisse il consiglio), trovò alla perfine che così poteva andare.
—I frammenti invoglieranno dell'opera;—diss'egli a mo' di conclusione.
Ma c'era un altro guaio. I frammenti d'una tragedia in un almanacco! Non era possibile; e quand'anche lo fosse stato non avrebbe fatto buona figura, Ariberti si persuase facilmente di doverli stampare in un volumetto a sue spese, aggiungendoci i versi pubblicati a mano a mano sul giornale La Dora. Tanto, egli era in cammino, e un foglio più, un foglio meno, non avrebbe mutato gran cosa nelle sue condizioni.
È ben vero che a questi patti il signorino poteva stampare la sua tragedia da capo a fondo; ma qui bisogna notare che le critiche dell'amico Bertone gli avevano messa una spina nel cuore. Se Filippo avesse ragione!—diss'egli tra sè.—Stampiamo per ora i frammenti.—
Pubblicò dunque il volume con uno dei titoli consueti; Frondi sparse, Le prime foglie, Canti dell'alba, Fiori primaverili, ecc., ecc. Aveva fatto il suo contratto con un tipografo, proponendosi di pagare la stampa un mese dopo la pubblicazione, tanto per aver modo di saldare il suo debito col frutto della vendita. Ma potevano dar frutto quelle foglie? A buon conto, il tipografo, che aveva fiutato il ragazzo e che non era un'arpia, rimandò nel contratto la scadenza a tre mesi.
Il povero autorello si riprometteva un gran chiasso su pei giornali e una vendita miracolosa. Aveva mandato una copia del suo volume a tutti i diarii della città, e da quel giorno si diede a leggere tutti, parte comprandoli, parte cercandoli nei caffè, per vedere quel che avrebbero detto di lui. Vana speranza! non uno si degnò di annunziare alle genti l'apparizione del nuovo astro sul meridiano del Parnaso. M'inganno, una ci fu, un giornaletto teatrale, che gli scodellò alla lesta cinque o sei cucchiaiate di broda laudatoria, le quali fecero battere il suo cuore di gioia inaudita e passare misericordioso il suo spirito su cinque o sei spropositi da cavallo. Ma ohimè, era quella la gloria aspettata?
Quanto ai colleghi del giornale La Dora, zitti e buci che non parea il fatto loro. Ma qui bisogna dir tutto; Ariberto da principio non aveva mandato loro il volume. Si era pentito, ma tardi; il male era fatto. Intanto, ogni due giorni regolarmente andava a pigliar lingua dai signori librai, che gli davano regolarmente le più sconsolanti notizie.
S'intende che dei cavalieri di Malta nessuno aveva dovuto comprare le Frondi sparse. Il cavaliere novizio se l'avrebbe avuto a male; intanto, si era affrettato a regalar volumi a destra ed a sinistra, colla loro brava dedica sulla guardia. Ad onore di quei provetti schermitori, bisogna anche dire che nessuno tra loro avrebbe comprato per due lire l'obbligo di lodare il libro; tanto più che, per lodarlo, non c'era mestieri di leggerlo.
—Orbene, come si vende?—gli chiese un giorno Valerga.
—Sono passato ancora stamane da Maggi;—rispose Ariberto.—Egli non ne ha spacciato che quattro copie a tutt'oggi. Comincio a compiangere quei quattro infelici compratori;—soggiunse con accento d'amarezza il poeta;—certo essi scontano qualche grave peccato.