—No;—disse Valerga;—il numero loro è di buon augurio. Sono i quattro evangelisti della nuova fede. E che cosa ne pensa il libraio?
—Che per dare esito al libro è necessario far cantare i giornali.
—E non hai mandato una copia a tutte queste cicale?
—Se l'ho fatto! Ma pare che non avessero voglia di cantare.
—Capisco, capisco; a questi signori bisogna mandare il libro e l'articolo fatto. Allora, salvo il caso d'una ruggine coll'autore, dànno in composizione; e i più cortesi ci fanno due righe di cappello, o di coda.
—Così mi ha detto anche il libraio, che è un uomo cortese e dimostra di prender parte nel mio guaio.
—Ti farei un articolo io;—disse Luciano, dopo aver pensato un tratto;—ma a qual pro? Col mio modo di vedere in materia d'arte, ti farei più male che bene. Del resto, consolati; Omero diventò famoso nel mondo senza le trombe dei giornalisti.—.
La cosa era innegabile, ma non poteva consolar molto il nostro eroe, che in tutta questa faccenda ci guadagnò d'aver fatto un debito di quattrocento lire, o giù di lì, per la stampa del suo malaugurato volume. È da notarsi, per altro, che egli ricevette in quel torno una lettera del giornalista teatrale, che domandava a lui «poeta inarrivabile, speranza del Parnaso italiano» quattro versi, anche brevi, da stamparsi sotto il ritratto d'una ballerina, alla quale egli, il buon frate brodaio della gloria, doveva fare l'omaggio d'uso, in occasione della sua serata al Regio.
Il povero Ariberti era cosiffattamente avvilito, che dettò i versi «anche brevi» come gli venivano chiesti. E dopo la cortesia dei versi, venne un'altra domanda del giornalista, che lo pregava di dargli una mano alla sua Euterpe Taurina, offrendogli un magro compenso, come portavano le poco floride condizioni del giornale, intermittente più della febbre e costretto a regger l'anima coi denti nei mesi caldi, quando i teatri erano chiusi e i suoi sporadici abbonati in viaggio.
Questi erano gli obblighi suoi: mettere in prosa robusta, condita di superlativi senza risparmio, le lavature di ceci d'un protettore mal pratico; tessere, su quattro note d'un procolo, una biografia coi fiocchi, battendo molto sulla grazia, sulla bellezza e sugli studi indefessi dell'alunna di Tersicore, o del prediletto di Euterpe, e parlando sopratutto del fanatismo destato nei concerti di Boston, o al gran teatro di Tiflis; poi tradurre da certi ritagli di giornali forestieri, ma solo quel tanto che risguardava i trionfi dell'abbonato, e aggiustandovi un cappello, possibilmente il più fuori d'equilibrio; e finalmente, allungare alla misura convenevole, rimpinzare di frasi, lardellare d'aggettivi, il racconto d'una serata teatrale. E qui i giudizi d'arte dovevano esser brevissimi (perchè tanto agli artisti non importavano un frullo), salvo il caso di un'opera nuova, col maestro presente, per notare chi meglio ne avesse indovinati i concetti, e gl'inchini e le strette di mano dell'evocato agli inarrivabili interpreti della sua musica stupenda. L'essenziale era di noverar le chiamate agli onori del proscenio, in fine, e le interruzioni entusiastiche nel corso d'ogni atto; i bene, i bis, gli applausi fragorosi, gli astucci regalati dal solito «ammiratore del vero merito», i ritratti, i sonetti, e all'occorrenza anche il volo dei piccioni. E tutto ciò non dimenticando il baritono, che secondava egregiamente, la comprimaria che concorreva al buon esito, e il tenore (un cane, a dir poco) che si manteneva sempre all'altezza…. del prezzo di abbonamento al giornale.