E lo conduceva a fare una scarrozzata fuori porta Pia, o verso ponte Molle, procurando di distrarlo, se non per avventura di tenerlo allegro, con l’eterno romanzo della politica parlamentare.
Frattanto passavano i giorni. Ne erano già trascorsi sei, dacchè Almerico aveva fatta la gita di Civitavecchia, e nessuna notizia giungeva da Parigi. Dovevano aver molto da fare, gli amici suoi, o quel diavolo di cavaliere l’aveva ancora con lui e voleva punirlo col suo silenzio ostinato. Oh, infine, che bisogno c’era di aver lettere? «Pas de nouvelles, bonnes nouvelles!»
— Beati loro, che se la passano allegramente! — pensava Almerico. — L’essenziale è che la duchessa dimentichi. E quell’altro di Napoli, che fa il morto! Oh, davvero, son sciocco, io, a darmi pensiero di lui. In fondo, siamo tutti sciocchi, quando pensiamo agl’impicci degli altri, come se fossero i nostri. È poi vero che siano così gravi gli affanni del prossimo, come noi ce li figuriamo qualche volta? Il dolore morale è forse un affar di epidermide, come i geloni. Par di morire, tanto sono acute le trafitture. Ma poi, un cambiamento di temperatura, con qualche linimento di glicerina.... «tout passe». Già! ed anche «tout lasse, et tout casse!» —
Pensava anche in francese! Ma sì, lettori, e non ci vedete nulla di strano. Il suo amico Buonsanti era a Parigi, obbligato a parlare quella lingua con albergatori e camerieri, con tavoleggianti e cantinieri, merciai, giornalai, portieri, guardiani «et omni genere musicorum». Qualche spruzzatina di francese ne’ suoi soliloqui romani era il meno che Almerico di Montegalda potesse fare per il commendatore Buonsanti di Carpigliano.
Alla fine del decimo giorno, Dei immortali! capitò una lettera col francobollo azzurro della repubblica francese. Era tempo, perbacco! Almerico poteva già pensare che fossero tutti morti, laggiù.
Aperse la sopraccarta con una ingiusta impazienza; spiegò il foglio, e incominciò a leggere, dopo il «Caro amico» di rito, un verso di questa fatta: «Mi affretto a scriverti....»
— Sì, davvero, gran fretta! — borbottò Almerico tra parentesi. — Ma andiamo avanti.
«M’affretto a scriverti, nel primo momento di libertà, e temendo ancora che mi manchi il tempo per giungere alla fine. Se tu sapessi che da fare è il mio! Ma incominciamo dal principio. Ti dirò che abbiamo fatto il solito viaggio lungo lungo. Trentotto ore di strada ferrata, caro mio, stancano un bue; figurati un uomo. Aggiungi un tempaccio; le signore avevano freddo; si stette sempre coi finestrini chiusi, appannati dalle solite cause fisiche, di cui ti farò grazia.
«Siamo giunti a Parigi di sera, e con una nebbia uggiosissima. Siamo smontati all’«Hôtel de Bade», sul nostro «boulevard». Dico nostro, perchè lo hanno dedicato a noi, Italiani. Ti raccomando l’«Hôtel de Bade», e la sua cucina; per la colazione s’intende. Quando avrai occasione di venirci, domanda una costoletta con patate. Dio, che costoletta! E che patate! oro ammorbidito, mio caro. E poi, se vedessi come gli fanno sollevar la crosta, a quelle fette di patata! Ti pare di avere nel piatto dei piccoli croccanti. Ho domandato al cameriere come facevano ad ottenere quel doppio rigonfiamento, e m’ha risposto con aria misteriosa: «c’est le secret de la maison, monsieur!» Bisognerà crederlo, non potendo andarci a vedere più addentro.
«Eccoti del resto, la mia giornata parigina. Mi alzo per tempo: verso le otto. Scendo sul «boulevard» un po’ prima delle nove, per prendere una boccata d’aria. È l’ora in cui si spazzano le strade; la qual cosa ti porge argomento di correre a farti lustrare le scarpe. Io, seguitando la mia passeggiata, vado dal lustrascarpe che è sotto la galleria «de l’Horloge»; bel luogo, pieno di botteghe di fiori e di ninnoli, e con un maestro di scherma il cui nome non promette niente di buono alla pelle degli avversari. Si chiama «Gâtechair». Ma andiamo dal lustrascarpe. Egli ti fa salire un alto gradino, ti fa sedere sopra un trono alto di velluto, dove hai il «Figaro», il «Gaulois» ed altri giornali da scegliere. Leggi, vedi, e cinque minuti dopo senti un colpo di spazzola sul gradino del trono. «Monsieur est servi» ti dice il tuo ministro della pubblica lustrazione; e allora tu scendi dal trono, e vai da «madame», per pagare al suo banco la tenue moneta di venti centesimi, essendoti anche permesso di lasciarne cinquanta.