Almerico stette ancora un paio di minuti ritto sul marciapiede. Poi la campana suonò, la vaporiera fischiò, le catene si tesero stridendo, il treno si mosse, ed Almerico si levò il cappello, facendo il suo ultimo saluto. Passarono otto o dieci carrozze, e la linea si sgombrò davanti a lui. Il treno della maremmana andò via sbuffando e fumando, verso Tarquinia e Montalto.
Che fare, a Civitavecchia, quando non ci si ha da far nulla? e quando non ci si conosce nessuno? Almerico aveva molto tempo da annoiarsi, sotto la tettoia della stazione; non ne aveva forse abbastanza per una visita al porto. E neanche un giornale da leggerlo tutto, dal primo articolo all’ultimo avviso! Son quelle, per solito, le occasioni in cui si legge religiosamente anche una quarta pagina. Ma il cavaliere Buonsanti, oltre i giornali suoi, aveva insaccati anche quelli dell’amico. Il povero Montegalda non possedeva neanche un orario, a cui confidar le sue noie. Entrò al caffè, sorseggiò un ponce, e non riuscì che ad ammazzare dieci minuti di tempo. Allora escì da capo sul marciapiede, e passeggiò lento, taciturno, come una coppia di reali carabinieri, contando i lampioni, leggendo i numeri della portata sui carri delle merci, fantasticando sulle lettere strane scritte di rosso accanto o sotto quei numeri, non perdonando neanche ai nomi di lontane stazioni, segnati a matita su quei carri, da frenatori e facchini in esercizio di calligrafia. Dopo un secolo di quella occupazione mentale, e peripatetica insieme, giunse il treno che doveva ricondurlo a Roma. Le carrozze erano tutte quasi piene di viaggiatori, e il nostro Montegalda ebbe per gran ventura di trovarne una, dove non erano che tre prima di lui. Erano tutti e tre infervorati in una disputa, che toccava molti punti di politica parlamentare, programmi, discorsi, cose e persone; a farla breve, interessi del paese. L’emendamento, la questione pregiudiziale, la chiusura, la condizione del ministero, la legge di qua, la leggina di là; c’era da averne la testa intronata. Per fortuna, nessun dei tre conosceva, o nessuno riconobbe, vedendolo, il segretario particolare del ministro guardasigilli; altrimenti, povero a lui! lo avrebbero costretto a parlare, con quella poca voglia che ne aveva. Almerico si rannicchiò nel suo angolo, e si volse al finestrino, per guardare il paese.
Come è triste, la campagna romana! L’osservazione è vecchia, ma è anche vecchia la cosa. Ora, la desolazione è grande, sopra tutto da Civitavecchia a Roma. Pare che quel largo tratto della costa italiana fosse il prediletto dei Saraceni, nelle loro scorrerie secolari. Se sono essi che hanno fatto quel deserto, e senza mestieri di sabbie, bisogna dichiararli più valenti a gran pezza del Simoun. Ma pensateci bene, e vedrete che non sono stati i soli, e che qualche figlio di cristiani ha tenuto il sacco ai seguaci di Maometto. La natura, senza dubbio, ci aveva avuto fin da principio la parte sua, foggiando quella costa grigia e giallognola, davanti a quel mare che l’eterno libeccio, o poco o molto che sia, non lascia mai tingere di turchino, e con quelle pietruzze ferrigne che spuntano, qua e là, Nereidi immote, quasi per dirvi, nel loro muto linguaggio: «qui non c’è fondo d’acqua, miei cari!»
Che pensare, inoltre, di quelle stazioni di strada ferrata, senz’ombra di paesi, e nemmeno d’alberi, che Iddio le benedica? Chi prenderà mai per alberi quegli eucalitti magri, allampanati, che hanno l’aria di compiangere il signor capostazione ed il signor capotraffico, sbadiglianti sul marciapiede? Davanti a quelle case gialle e solitarie, intorno a cui non è sorriso di aiuola, nè fiorisce l’ibisco, nè fa pompa del suo grand’occhio d’oro il girasole, passano i treni malinconici, e sembrano quelli di Geremia. Desolazione dell’abominazione! Palo! Palidoro! Sì, metteteci pure la compagnia del nobilissimo tra i metalli; son sempre pali, e mai alberi. Poi, qua e là, ma a grandi distanze, negri casolari che sudano la miseria e la febbre da ogni screpolatura; qualche pezzo di terra smossa, qualche buca di pozzolana, degli abbeveratoi, degli stecconati, oh sì, sopra tutto degli stecconati, con molti buoi dalle corna lunghe, assai lunghe, più lunghe d’un periodo del Guicciardini. Amici buoi! neanche voi contenti all’aspetto! La gente che passa e vede le vostre corna inusitate, s’immagina che siate voi i bufali decantati, e fa l’atto di ammirarvi. Unico sollievo, in quella triste campagna, un errore di zoologia! Ma quando si penserà alla botanica? Quando si spezzetteranno questi latifondi noiosi, e vigne ed orti e giardini daranno argomento di stupore più lieto? O almeno, perchè il tornaconto ci sarebbe, quando si dissoderanno questi maggesi, per piantarli a caffè? Vi hanno fatto il conto, o signori, dopo una prima e felicissima prova; guadagnereste otto volte tanto. Ma è proprio vero che per mutarti faccia, o campagna romana, ci vorranno due generazioni di scialacquatori? O Dei.... Consenti, protettori di Roma! se non c’è altro da sperare, nè previdenza di privati, nè provvidenza di leggi, consentite voi che venga a fare il miracolo tutta una legione di vizi, tra nostrali ed esotici.
Io qui non avrei neanche mestieri di avvertire il benigno lettore che queste malinconie non mi appartengono in proprio. Io, già, per dir le cose come stanno, non ho malinconie di nessuna specie; sto coi frati e zappo l’orto. Erano queste, invece, le malinconie di Almerico di Montegalda, che passava, con la velocità media di cinquanta chilometri all’ora, e cionondimeno era assai triste. Che ci posso far io? Doveva esserci ne’ suoi tessuti un leggero spargimento di fiele; perciò, come in simili casi può accadere ad ogni fedel cristiano, vedeva più giallo del vero.
Ora, perchè i lettori hanno orrore della tristezza come la natura del vuoto, salteremo l’arrivo a Roma e il ritorno alle occupazioni quotidiane. Delle quali dirò solamente, che Almerico si diede a lavorar più che mai, offrendo occasione al suo ministro di scherzare su quella assiduità portentosa.
— Per caso, Montegalda, aspettate una gratificazione? Badate, è per impiegati inferiori, e non per voi. A voi daremo una commenda, che diamine! Ma non c’è proprio bisogno che lavoriate anche di sera. Che razza d’uomo mi diventate? Non più passeggi, non più teatri, non più conversazioni.... Son tutte in campagna le vostre conoscenze? —
Almerico sorrideva, ma seguitava a lavorare.
— Non si maravigli, Eccellenza! — diss’egli una volta, rispondendo ad una di quelle esortazioni straordinarie. — Anch’io sono stato pigro; ma poi mi son vinto. Un giorno, quando mi vidi davanti una catasta di carte, una congerie smisurata di lavoro, scambio di abbattermi, saltai su come un capriuolo. Aspettate! gridai; ora v’accomodo io. E senza guardar più a quella montagna, senza perder tempo a scegliere, incominciai a lavorare. Uno, due, tre giorni di lavoro fitto fitto, e la montagna pareva sempre alta egualmente; ma poi incominciò anche lei a dar giù. Ed io a lavorare, a lavorar sempre, come un disperato, come un dannato, cinque, sei, otto giorni alla fila, cioè fino a tanto che non ebbi sgombrata la tavola, mandando insieme con l’avanzato anche quel soprappiù che mi capitava via via. Che giorni furono quelli, Eccellenza! Non era una voglia di lavorare, la mia; era una rabbia, un furore. Mi persuasi allora di una grande verità. L’unica vendetta che l’uomo possa fare contro la ferrea necessità, è quella di prenderci gusto.
— Vi faccio i miei complimenti — disse il ministro. — È un rimedio eroico. L’ho usato ancor io, nei miei primi anni di avvocatura, ma non ci avevo mai ragionato su, come voi. Animo, ora, mio caro Almerico; lasciate lo scrittoio e venite a prender aria. Tanto, non ci sarà pericolo che le montagne vi crescano davanti come allora. —