— Questo è un vero arsenale! — diss’egli. — Si vuole espugnar Parigi. Avrete anche il parco d’assedio, m’immagino! —

Quanto a lui, era uomo, e le sue valigie erano presto fatte. Il vecchio soldato avrebbe potuto partire un’ora dopo ricevuto l’avviso.

Almerico di Montegalda accompagnava i suoi amici alla stazione di Termini. Avendo licenza per tutta la giornata, deliberò di accompagnarli un tratto di strada, fino a Civitavecchia; cortesia profumata, di cui gli furono riconoscenti le dame.

— Làsciati sedurre; — gli disse il Buonsanti, come furono là. — Prosegui fino a Parigi.

— Il dovere, caro mio! — rispose Almerico.

— Che dovere! Scrivo io un biglietto al guardasigilli, e non c’è più doveri. Sai che è un uomo per bene, il tuo ministro? Un buon figliuolo, anzi, che ti mette in confidenza alle prime. Io non so già più quando ci siamo conosciuti; mi pare che siamo andati a scuola insieme, parola d’onore!

— Te l’avevo pur detto, che è un angelo! — replicò Almerico. — Ma appunto per ciò non bisogna abusarne.

— Un mesetto, via! — mormorò il Buonsanti, ammiccando. — Che cos’è un mesetto, davanti all’eternità?

— No, niente mesetto; — disse Almerico. — Relazioni, lettere confidenziali, questioni personali, delicatissime.... Chi lo aiuterebbe, in questi ufizi gelosi? Buon viaggio, mie signore! E comandino al loro segretario di mandarmi qualche volta le loro notizie. È un certo tomo, questo cavaliere Buonsanti! Ora mi fa carezze, ma poi!... Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

— Eh, meriteresti che non ti scrivessi affatto! — rispose il Buonsanti, mentre i frenatori chiudevano gli sportelli. — Ma prenderò ordini. Ciao!