— Sì, davvero; — rispose Almerico. — È la cortesia fatta uomo. Se vuoi un’ora buona, capita dal ministro domani, verso le sei pomeridiane. Ha finito di lavorare e fa quattro chiacchiere con me, aspettando l’ora del pranzo.

— Finito di lavorare! aspettando l’ora del pranzo, — notò il cavaliere Buonsanti. — È certamente di buon umore. Verrò dunque domani, alle sei. E grazie anticipate!

— Gran che! — disse Almerico. — Se fosse questa, la tua discrezione!

— No, caro; — rispose il Buonsanti. — Per mia discrezione ci ho qualche cosa di più. Te la caveresti con poco. La discrezione è una cosa che deve costarti una spesa, od altra forma di sacrifizio; ne convieni? Ora, una presentazione della mia persona al ministro, voglio sperare che non ti costerà nulla, neanche un rimorso.

— Che dici? Ora mi metto sul grave, — replicò Almerico, — e ti dichiaro solennemente che mi onoro molto di una amicizia come la tua, e non meno di far sapere che la possiedo. Va bene così?

— Che capo ameno! — esclamò il Buonsanti. — Sei allegro, stasera.

— Ma sì, — rispose Almerico, — ma sì! La risoluzione della duchessa val bene una discrezione perduta. Questo viaggio la distrarrà, forse anche la consolerà. Hai tu mai osservato, Buonsanti, come si consola, chi parte? —

Il cavaliere voleva soggiungere: «e come è desolato chi resta?» Ma si tenne, da prudentissimo uomo, la sua osservazione tra i denti. Era del resto una osservazione inopportuna, e non poteva attagliarsi ad Almerico di Montegalda.

VIII. Tra Roma e Parigi.

I preparativi delle signore non vollero che un paio di giorni, e questi due giorni piuttosto per la marchesa Terenziani che non per la duchessa di San Secondo. Donna Flora portava di molta roba, e il cavaliere Buonsanti, vedendo arrivare tutti quegli impicci alla stazione, osservò che la marchesa voleva fare una «campagna» in piena regola.