«Finita quella operazione, dirò così, preliminare, esco da capo sul «boulevard», fermandomi a tutte le vetrine, specialmente a quelle dei fotografi. Ci sono tutti i grand’uomini, mescolati a tutte le gran donne del tempo presente. I grand’uomini hanno nome e cognome; le gran donne non hanno che il nome di battesimo, se pure è quello, veramente, e non un nome di guerra. Inclino a crederlo un nome di guerra, perchè tutte queste donne celebri hanno dei tipi d’amazzoni. Poi faccio un’altra fermatina davanti alle mostre dei librai: un’altra ancora davanti a quelle dei tappezzieri; un’altra ancora davanti a quelle dei venditori di quadri, dove l’arte moderna guadagna il suo pane, facendo esposizioni di croste. Dico per celia, sai, perchè ci sono anche delle cose bellissime.
«Mi dirai: e dal parrucchiere.... Ah, caro mio, ci sono stato una volta, ed ho subito ripreso a farmi la barba da me. Se vai da un parrucchiere per barba e testa, come canta Figaro nel suo recitativo, son tre lirette di prima spesa. Ti riducono all’ultimo figurino, lo capisco, ma tre lirette son troppe. E poi, non bastano ancora. «Est-ce que monsieur ne veut pas qu’on lui fasse une lotion?» Credi che si tratti di una lavata di testa, ed accetti. Allora il giovane va alla vetrina, prende una bella custodia tonda di bosso, gira il coperchio, ne cava una boccetta stupenda, l’apre, e la mette lì. «D’abord, il vous faut une friction, pour degraisser les cheveux». Diamine! C’è dunque un’altra operazione preliminare? E vada per la frizione. «Au Quinquina, naturellement? Monsieur ne voudrait pas d’autre chose. Les propriétés du Quinquina....»
«E qui una lezione scientifica, che va risparmiata. Intanto ecco un’altra boccetta. Ed ecco una spazzola nuova, per la «lotion». Ed ecco un barattolo nuovo per la manteca, che si può usare dopo la «lotion». Ed ecco ancora non so che altro. Intanto l’operazione procede, e tu leggi un giornale, politico, faceto, illustrato, come ti pare. Il giovane ha finito, ti guardi allo specchio. Dio di misericordia, come sei bello! E nero, poi, neri i capegli, d’un nero che incanta. «O come? tu gridi. Ed io che non volevo tingere!...» Il giovane ti guarda con aria di stupore. «Monsieur a désiré une lotion?» Ah, è vero, sì, «une lotion». Non l’hai chiesta, l’hai accettata, il che torna lo stesso. «Du reste, vous étes si bien! Si jeune encore! Les cheveux blancs vous déparaient». Già, era vero; quei capegli bianchi ti facevano scomparire. E ancora così giovane! Il complimento ti va all’anima, sorridi, e domandi il conto. «Trente-sept francs, monsieur». Come? Così caro? «Oh, monsieur, pas trop cher, puisque c’est garanti. Ajoutez que vous en avez pour dix lotions, au moins, c’est-à dire pour cinq mois, après quoi... vous savez l’adresse, qui est ci-jointe. Voulez-vous emporter ça, ou bien permettez-vous qu’on vous l’apporte à l’hôtel?» Sono cortesissimi, non c’è che dire. E te ne vai con quaranta lire di meno in saccoccia; ma nero, poi, nero, a quel dio! Credilo, Almerico, tu non sei così nero; io non lo sono mai stato tanto, neanche a vent’anni. Oh le risate delle signore, quando mi videro comparire! Temevo anche quelle delle persone di servizio. Ma qui non si ride. Già, devono essere avvezzi a queste trasformazioni dei viaggiatori. Il cameriere che ci serve a colazione non ebbe neppur l’aria di avvedersi della mia. La cameriera non mi sorrise niente più dell’usato. È vero che mi sorrideva già molto.
«Oh, scusami! debbo lasciarti. Le signore mi chiamano, per andare al bosco di Boulogne. La giornata è passabile, e godremo tutto quello che si può godere attraverso i cristalli. Dunque, addio, chiudo la lettera, salutandoti di cuore. Il tuo, ecc.».
Ne sapeva molto, dopo aver letta quella prosa internazionale, il nostro Almerico! Voi già immaginate quel che fece. Mandò al diavolo il prosatore.
La seconda lettera, capitata cinque giorni dopo, incominciava così:
«Dov’eravamo rimasti? Ah, in carrozza, per andare al bosco di Boulogne. Di questo ne avrai piena la testa. E d’altre cose ancora, tutte descritte un migliaio di volte. Vuoi il pozzo di Grenelle, dove non si vede pozzo, nè acqua? l’«Hôtel des Invalides»? Non offre più grande interesse, dopo che non fanno più vedere «le grenadier à la tête de bois». Dev’esser morto, il pover’uomo, che aveva lasciata la testa a Waterloo. Eccone uno che non faceva uso della «lotion» di «monsieur Louis» della strada di Helder! Non vorrai, spero, che io ti descriva la tomba di Napoleone I. Gli han posto addosso un gran coperchio di pietra, che un gigante non alzerebbe; forse temendo che a quell’altro gigante non venga il ticchio di escire. È un uomo che amo. Sia storia o leggenda il suo genio militare, quell’uomo ha messa a soqquadro l’Europa. E i Moreau, i Bernadotte, i Marmont, e tutti gli altri che una tarda critica ha voluto anteporgli, non avrebbero fatto la decima parte di quello che ha fatto egli, se anche fossero stati al suo posto. Ma ora la passione politica entra da per tutto, anche nella storia. Ah, purchè non la mettano nella «bisque aux crevettes» e nella «sôle à la Normande»! Due piatti, caro mio! cioè una minestra ed un piatto, da leccarsi le dita; se fossimo antichi romani, ben inteso, e non si adoperassero cucchiai nè forchette.
«Ah, queste trattorie! Non ti puoi immaginare come pelano. Suppergiù come da noi; ma con quanta differenza nel modo! Da noi, anche in un albergo di prim’ordine, vorranno farti passare per fresco della giornata il pesce, o la pera, o il grappolo d’uva che ti mettono in tavola, mentre tu giureresti che è tutta roba del giorno innanzi, a volergli usare cortesia! Qui invece non ardiscono imbandirti dopo mezzogiorno la roba fresca della mattina. Tutto quello che mangi è dell’ultimo arrivo. Piuttosto che darti una vivanda o un frutto della sera innanzi, sarebbero capaci di trucidarsi con le loro proprie mani, come Vatel, il loro sublime esemplare.
«Capisco che tutto il segreto di questa freschezza è nella rotazione della derrata. La trattoria di prim’ordine cede ogni mattina tutto l’avanzo della sua mostra serale alla trattoria di second’ordine. Questa, a sua volta, cede sul mezzogiorno l’avanzo della sua mostra a quella di terzo; e così via, d’ordine in ordine, lasciando a te la dolce sicurezza di mangiare anche in una trattoria di terz’ordine il pesce arrivato la sera innanzi dall’Havre, o la pera colta nella giornata antecedente a Melun. Del quarto ordine non so. Forse c’è ancora il quinto ed il sesto: sicuramente c’è della gente che si contenterebbe del settimo. Ma queste sono miserie di tutto il mondo, pur troppo».
— Ma si può dar di peggio! — borbottò Almerico, leggendo quell’altra tantafèra. — Non ci ha proprio altro da raccontarmi? —