S’intende che aveva risposto alla prima lettera, imparando anch’egli l’arte sopraffina di non dir niente in quattro pagine di scritto. Qual è quel gentiluomo che non scrive le sue quattro pagine, quando la lettera è diretta ad una dama, o deve andare, od è probabile che vada, sotto gli occhi di una dama? La cosa è tanto naturale, che si è inventata a bella posta la carta di piccolo sesto, e con essa una certa calligrafia lunga, mezzo coricata, con filettature e svolazzi, a tutto spiano. Scorrete quelle linee con una facilità maravigliosa; siete giunti alla fine senza avvedervene, e quando vi pareva di avere appena cominciato. Ma le quattro paginette ci sono, tutte debitamente inchiostrate. Così fanno anche i notai, senza lesinare, viva la faccia loro, sulla carta bollata. Ma io vorrei sapere come scrivono i notai, quando scrivono per sè, in carta semplice. Ora, a farlo a posta, di amici notai non ne ho che uno; il quale non mi scrive mai; e non son donna, per innamorarlo di me.
IX. Chi ha perso paghi.
Alla prima risposta di Almerico replicò la terza lettera del Buonsanti.
«Vedo che a Roma, dopo l’«Aida», non ci son più buoni spettacoli. Poveri nostri Romani! Se non hanno un po’ di «Carmen», non si ritrovano più in nessun luogo. La cosa è antica quanto le Georgiche. Anche Virgilio Marone, se voleva divertirli, era costretto ad usare di quello spartito. «Romana per oppida Carmen»; ricordo di averlo tradotto in prima rettorica.
«Vengano qua, i Romani; avranno spettacoli a bizzeffe. L’altra sera siamo andati alla Commedia Francese, alla casa di Molière, come dicono qui. Ho notato che c’è un gran rispetto per le fame stabilite, e alla centesima rappresentazione di un lavoro la stessa curiosità, quasi direi lo stesso entusiasmo che alla prima. Sai la ragione. L’uditorio si rinnova ogni sera, e non ci sono abbonati per contender le repliche e gl’introiti al poeta. Abbondano i forastieri, gente per solito civile, e sempre fresca di sensazioni artistiche.
«Al «Grand Opéra» poi, si pontifica a dirittura. Non per niente lo chiamano «Académie Nationale de Musique». L’esecuzione musicale è qualche volta pari, qualche volta inferiore alle nostre, della Scala di Milano, o del San Carlo di Napoli; ma la decorazione scenica non teme confronti, e spesso si lascia indietro il meglio dei nostri primari teatri. E i prezzi? Bassini, mio caro. Figurati che una poltrona nell’anfiteatro, dove le signore vanno in tutta gala, non costa che quindici lire. È vero che gli sportelli si aprono mezz’ora prima dello spettacolo, e c’è sempre una coda di mille persone. Tu non puoi andar là, ad aspettar la fortuna, col rischio di non trovare il fatto tuo, specialmente se hai da condur signore al teatro. Ma per questo hai i «bureaux de location», botteghini di rivendita, dove quel posto da quindici lire te lo dànno per sessanta, ad ogni ora del giorno. È caro, sì, non lo nego; ma non fai coda; e sopra una pianta topografica del teatro, coi numeri corrispondenti ad ogni posto, puoi scegliere il luogo che ti pare; e ciò val bene le sessanta lire che spendi. Iersera, per l’appunto, ci eravamo slanciati, avevamo spesa l’egregia somma, felici del pensiero di assistere ad uno spettacolo, di cui i giornali ci annunziavano mirabilia magna. Ma vedi disdetta! Alle sei si ammala il tenore: non si può ripiegare con altra opera; per conseguenza «Relâche», cioè il famoso spettacolo che spesso si annunzia, e non si gode mai. Ce ne siamo vendicati, andando al Circo d’inverno; ma questa mane, veduto l’avviso dell’«Opéra», che si restituivano i denari ai possessori di biglietti della sera innanzi, andai subito al mio «bureau de location», per ritirare le nostre centottanta lire. «Monsieur, ce n’est pas ici»; mi dice cortesemente l’impiegato. «Pour la restitution de l’argent il faut aller au guichet de l’Opéra». Ringrazio, e vado. Cento ottanta lire, capirai, non si perdono mica volentieri. Disgraziatamente c’era un po’ di coda: almeno ottocento persone prima di me. Dopo una mezz’ora di aspettazione, con interiore attaccatura di moccoli, mi avviene di barattar parole con un vicino, gentilissima persona, che aveva da farsi restituire il prezzo di una sedia di platea: sette lire. «Du moins je n’aurai tout perdu»; mi dice il vicino. «J’ai acheté ça vingt francs au bureau de location». Come! esclamo. Non rendono il prezzo che si è pagato colà? — «Non, monsieur; le bureau de location est censé acheter les billets aux mêmes prix que vous et moi. Le bureau du theâtre ne fait aucune différence entre ceux qu’il passe en bloc au bureau de location et ceux qu’il débite lui même».
«Dunque i miei tre biglietti d’anfiteatro? «On vous rendra vos quarante-cinq francs, n’en doutez pas. Seulement, ce sera un peu long. Vous voyez que de monde avant nous!» Ah davvero? Ma il mio tempo vale di più; rinunzio ai quarantacinque franchi. — «Comment! Mais c’est de l’argent, ça!» — Ebbene se non è per offendervi.... mettete questi quarantacinque insieme ai vostri sette. — «Ça fait cinquante-deux, monsieur». — Onore all’aritmetica! Il vicino accetta e mi ringrazia. Non ne franca le spesa, gli rispondo. Del resto, una buona lezione non si paga mai abbastanza».
Così folleggiava nella sua lettera il cavaliere Buonsanti. Solo nel poscritto accennava alle sue compagne di viaggio. E con un verso, niente di più: «Le signore stanno bene, e ti ricambiano i saluti».
Ah briccone d’un cavaliere! Non lo faceva forse a bella posta?
Un’altra lettera, venuta dopo i soliti cinque giorni, continuava le descrizioni e gl’inni a Parigi. «Caro mio, debbo dichiararti che noi non abbiamo intesa la vita. Parigi è la vera patria dell’uomo: specie dell’uomo che invecchia. Qui non ci si avvede più degli anni che passano; tutto distrae; tutto consola. Che dintorni, poi! Siamo stati a Saint-Germain-en-Laye, ed abbiamo pranzato nel padiglione Enrico IV, proprio al posto dove Anna d’Austria, di romanzesca memoria, mise alla luce Luigi XIV, Luigi decimoquattordici, come diceva il mio maestro di storia, buon’anima sua. Che dirti della Senna, fuor di città? Par d’essere sull’Oceano. Ad ogni passo un’isola di Robinson. Non c’è pericolo di trovarci il cannibalismo in fiore? Si evita volentieri la costoletta, chiedendo un fritto di pesce, sempre squisito, e non si corre il rischio di mangiar l’avventore del giorno innanzi.