«E Versaglia! Ah, caro mio, che gran cosa, che mondo, che visibilio di grandi cose! Come s’intende a Versaglia il gran re! Mi dicano quel che vogliono gli storichetti alla moda. Se non era un gran re, bisogna dire che ha saputo recitar bene la parte, e senza uno straccio di suggeritore, perbacco! Vedi che contorno ci ha avuto! una nazione ammirabile di valore e di spirito; una nobiltà fastosa e colta, un popolo che gli dava Corneille, Racine, Molière, Lafontaine, Bossuet, Larochefoucauld, ed altre piccolezze! Crudele con le donne! Sarà. Ma non è forse da supporre che fossero troppo tenere loro? Anche la duchessa ne ha convenuto con me».

— Ah, meno male! — esclamò Almerico.... — Si parla un pochino delle signore.

Ciò detto, proseguì la lettura.

«Ne ha convenuto con me. Ho sempre pensato che la signorina della Vallière non avrebbe avuto tanti dispiaceri, se avesse amato un suo pari. O che voleva costei? metter le barbe sul trono? E la povera Maria Teresa, santa donna e legittima moglie, non avrebbe neanche dovuto avere il conforto di vederle passare, l’una dopo l’altra, tutte quelle illustri sciagurate? O perbacco, chi ha voluto andare dal carbonaio, si tinga! La Montespan non si discute nemmeno. Ambiziosa e interessata, ebbe tutto quel che voleva. O che meritava proprio di esser trattata coi guanti? Ma vedilo un poco, il mio re, quando trova una donnina di garbo, che lo ama per davvero e si contenta di stare nell’ombra! Egli vuole innalzarla, ed ella resiste a tutte le tentazioni. La povera Maintenon ha nemici tutti i romanzieri, dai quali per solito impariamo la storia francese di quel tempo.

«Ha consigliato un grande errore, una grande ingiustizia, mi dicono. Ma è poi certo che l’abbia consigliata lei? Non è lei, a buon conto, che ha inventati i gesuiti. Ha chinata la testa davanti alla terribile Compagnia, come tanti e tanti, uomini e gran signori, che avrebbero potuto ribellarsi meglio di lei. Perchè rovesciare su lei ogni colpa? Infine, un errore non basta ancora ad offuscare l’immagine di una donna, che è bella, nobile e seria. Il re crudele l’ha amata, quantunque essa non gli abbia dato figli; l’ha rispettata, sopra tutto. Ecco una virtù.

«Ma che mi salta in capo di difendere la signora di Maintenon? Ha forse bisogno delle mie difese costei, che passò la sua vita consolando infelici? Scarron, un povero poeta paralitico; Luigi XIV, un povero re pieno d’acciacchi, ma sempre simpatico a me, come a lei. Un re assoluto? Ah sì bella forza! Ha servito a tavola il Molière; eccoti il suo dispotismo. Ha detto: «lo Stato son io», ma a chi? Ad uno di quei parlamenti, che non piacquero nemmeno agli uomini della grande rivoluzione. Per me, ha fatto Versaglia, e basta. Versaglia io la sceglierei per mio dormitorio.

«Povero amico! Ti ho seccato abbastanza, togliendoti per giunta alle tue belle dissipazioni romane. A proposito, ne sappiamo delle belline, sul conto tuo! Si dice che sei sempre in giro, come un leone in cerca di preda. Si aggiunge che fai una corte spietata a certa madama Lucrezia, che sta in fondo di piazza San Marco. Altri pretende di sapere che corteggi la moglie di Cesare. Bada, perdio! la moglie di Cesare non dev’essere sospettata. E poi quel povero ministro che lasci sempre così solo! È una perla d’uomo, e tu ne abusi. Mi raccomando, dedica almeno qualche ora del giorno allo scrittoio; altrimenti finirai con perderci la mano. A proposito del ministro, se hai occasione di vederlo, offrigli la mia servitù, te ne prego....»

Almerico sentì la celia e sorrise. Ma a tutta prima, vedendosi accusare di dissipatezza e di corteggiamenti, si era fortemente turbato. In verità non era un uomo, il Montegalda; era una sensitiva.

Quel giorno, come potete credere, egli portò i saluti del Buonsanti al suo ministro. L’occasione di vederlo era là, non più distante di un uscio.

— Ah, bene! grazie! — rispose il guardasigilli, ritornato allora da una seduta di Montecitorio. — Che fa il commendatore vostro amico? Si gode la vita, non è vero? Gli si può permettere, dopo che l’ha esposta tante volte in servizio della patria. Questi vecchi soldati, che uomini! Nel periodo eroico han fatto, com’era naturale, gli eroi; ora si riposano sugli allori mietuti, e fanno da vecchi tutto quello che non hanno potuto fare da giovani. Quantunque, — soggiunse il ministro, — c’è qualche eccezione da fare. Gli alunni di Marte non hanno mai tralasciato di sacrificare alle Grazie, tra una campagna e l’altra; anzi, diciamo pure che non lasciavano sempre finir la campagna. Il Cinquantanove, per esempio, è stato un’epopea tutta piena di episodi. E la critica li ha rimproverati al Tasso, nella sua «Gerusalemme»! Come si vede che non capisce niente, la critica! Vedete, conte! Io so di un bravo capitano che dopo la giornata di San Martino, scambio di andarsene a letto, passò la notte in casa del sindaco di Pozzolengo a descrivere la battaglia in versi francesi, per una gentil principessa polacca. Io ebbi la fortuna di leggerli nel salottino della signora. — «Si ha da credere?» mi diceva lei. «Il nostro eroe mi racconta che, marciando all’assalto della Cascina Bianca, gettò il mio nome in faccia ad un cannone austriaco, che tirava a scaglia contro la sua compagnia». Ricordo ancora questo verso, fra tanti che ne aveva scritti il capitano poeta: «Je lui disais: Mathilde! Il répondit: mitraille!» Ma non divaghiamo. Salutatemi quel caro commendatore e ditegli che si diverta molto. Vorrei fare lo stesso ancor io. Ma non è permesso, pur troppo; io ho da invigilare l’esecuzione delle leggi! Ah, se torno a nascere, Montegalda mio, se torno a nascere!...