— Che? come? — gridò il ministro. — Ditemi la ragione.

— In verità.... — balbettò Almerico. — È un caso tanto delicato!...

— Quand’è così non insisto. Ma voi, conte, mi permetterete di dirvi che io credevo di meritare una confidenza. —

Il povero Montegalda si pentì di aver tirata fuori la delicatezza in mal punto.

— Ed eccola, se il mio pensiero può dare argomento ad una simile interpetrazione, eccola in poche parole, Eccellenza; — diss’egli. — Ci ho degli amici, a Parigi, degli amici che sono andati da qualche settimana laggiù.

— Ebbene? Tanto meglio.

— No, Eccellenza: nel caso mio, tanto peggio. —

Qui il ministro non potè trattenersi dal ridere.

— Ecco un ragionamento più sottile dei miei di poc’anzi; — diss’egli. — Con voi, caro Almerico, non si può giuocare d’astuzia. Io dunque metterò carte in tavola. Conosco uno degli amici vostri, ai quali accennate; voi stesso me lo avete presentato. È per l’appunto il cavaliere di Carpigliano quegli che m’ha chiesta la licenza per voi, ricordandomi una promessa che io gli avevo fatta a voce. Ecco qua la sua lettera; — soggiunse il ministro, prendendo un foglio sulla scrivanìa e spiegandolo sotto gli occhi del Montegalda; — leggetela pure. L’amico vostro ha certi suoi interessi da curare in Piemonte, per la morte d’una vecchia zia; deve lasciare per alcuni giorni Parigi; forse a quest’ora ha già ripassato il Cenisio. Ora voi sapete che l’amico vostro accompagnava due dame, le quali non si possono muovere così facilmente come lui, e che del resto non avevano nessuna ragione di muoversi, avendo fatto disegno di rimanere ancora un po’ di tempo laggiù. «Non c’è altri che il Montegalda» mi scrive il cavaliere di Carpigliano «non c’è altri che lui per tenere il mio posto; amico al pari di me della duchessa di San Secondo e della marchesa Terenziani; gentiluomo, onest’uomo, la man di Dio, in questa congiuntura. Potrei volgermi direttamente a lui, ricordandogli che abbiamo fatta una scommessa e che egli ha perduta una discrezione. Ma perchè egli potrebbe non pagarla, scusandosi con un caso di forza maggiore, mi rivolgo a Vostra Eccellenza, che ama tanto il conte Almerico, che rispetto a lui mi ha fatta una gentile promessa, e la prego di dire all’amico mio che la discrezione è questa, d’un suo viaggio a Parigi. Non è un capriccio mio, ma una necessità; se anche non fosse tale, egli dovrebbe inchinarsi egualmente ed arrendersi. Chi ha perso paghi: è la legge del giuoco. Capite, Almerico? — riprese il ministro, deponendo la lettera. — È la legge. Ed io che veglio alla osservanza delle leggi, debbo anche far osservar questa a voi, sebbene la discrezione non abbia ancora il suo articolo corrispondente nel Codice civile. —

Almerico capì che il ministro era stato bene informato, messo a parte d’ogni segreto, dal suo amico Buonsanti. L’accenno alla gentile promessa dimostrava chiaramente che tra il cavaliere di Carpigliano e Sua Eccellenza si era parlato a lungo di lui.