— Propenderei piuttosto verso la seconda supposizione, — diss’egli. — La ragazza mi pare carina. —

Non osava più dir bella, il commendatore Buonsanti. Per questa volta, del resto, non avrebbe più avuto la scusa di ripetere ciò che tutti dicevano, poichè egli non conosceva quelle due signore, e le vedeva per la prima volta.

— È giovane assai; — rispose la marchesa. — Serena, vedi un po’ da questa parte. Conosci tu queste due signore? —

La duchessa dovette voltarsi ancora una volta per contentare la sua vecchia amica, curiosa come una bambina.

— Di chi parli? — domandò.

— Di queste qua, tre palchi più avanti del nostro; — bisbigliò la marchesa.

Serena allora guardò e vide le due dame che la sua vecchia amica le aveva indicate. Una di esse, attempata, che dava loro le spalle (magre, ossute ed angolose spalle, per fortuna poco scoperte alla vista) aveva una testa lunga e stretta sopra un collo lungo e smilzo. Si era voltata allora di profilo e mostrava una faccia asciutta e dura, l’occhio grigio, a cui toglievano anche lucentezza i colori vivaci della sua abbigliatura, i diamanti ond’era costellata, agli orecchi, al collo, e perfino nei capelli rossigni, molto lisciati alle tempie, e tirati dietro la nuca. L’altra, seduta di contro a lei, era una fanciulla, vestita di bianco, semplicissima, senza il minimo ornamento, ed anche senz’ombra di civetteria, poichè, appena arrivata, e preso il suo posto, senza dare un’occhiata in giro, aveva rivolta tutta la sua attenzione alla scena.

— Non so; — disse la duchessa, dopo aver guardato un istante. — Saranno forastiere.

— Ah sì, mi fate ricordare... — esclamò il Buonsanti. — Le americane! Sicuro, dovrebbero essere le americane.

— Quali? — domandò la marchesa Flora. — Ce ne son tante! Se fossi forte di statistica, vi potrei dire quante ce ne sono, di americane!