Ogni sera, già ve l’ho detto, si andava al corso delle carrozze nella Villa Nazionale e lungo la riviera di Chiaia, Mergellina e Posilipo. Quella è veramente una delle maraviglie di Napoli, e per il quadro e per la cornice, cioè a dire non solo per il numero e la varietà degli equipaggi, ma ancora per il luogo stupendo in cui la passeggiata si svolge. Il signor Montgomery si degnava di accompagnare qualche volta le signore; ma più spesso lasciava andar solo il conte di Riva, non piacendogli molto di tenere accostate al sedile quelle sue lunghissime gambe e di trattenere le sue boccate di fumo, coi rispettivi amminicoli. Mistress Eliza stava in contegno come una moglie di Pari; sembrava che pontificasse. Il fiore metallico si contentava d’esser grazioso, come sempre, e sorridente, sebbene con un po’ più di misura. E madre e figlia chiedevano spesso al conte di Riva il nome delle signore napoletane che si vedevano passare, in quei loro equipaggi fastosi, con tanto di livrea. Chi è questa? chi è quella? chi è quell’altra? Volevano saper tutto, e Massimo non poteva sempre appagare la loro curiosità. Qualche nome aveva imparato a conoscerlo, ma faceva spesso delle grandi confusioni, e più spesso inventava. — Quella è la duchessa di Melito; quell’altra la principessa d’Ottaiano; questa la duchessa del Vallo; quest’altra la duchessa di Montemignano. Ecco l’Altavilla; due carrozze più indietro la Francavilla.... E così di seguito, arricchendo di sempre nuove ville la Villa Nazionale e il corso di Chiaia.

— Tutte duchesse? — domandava mistress Eliza.

— Sì, tutte, o quasi. —

Allora tornava in campo il discorso sui gradi di nobiltà. Il nostro Massimo doveva rifarsi sempre da capo, e spiegare che i titoli di nobiltà, specie per quanto riguardava il loro ordine gerarchico, avevano avuto un valore in altri tempi, sotto la monarchia assoluta. Soggiungeva, nondimeno, come la regola soffrisse anche allora le sue brave eccezioni. C’erano stati, per esempio, e duravano ancora, dei titoli di conte che non si abbandonavano più, in certe famiglie principesche e ducali, ed anzi primeggiavano su titoli di grado apparentemente superiore. Per non uscire da Napoli, c’erano i conti di Locri, che possedevano i ducati di Montemignano e Castroforte. Il padre era conte di Locri, i figli erano duchi. Morto il padre, diventava conte il figliuolo, lasciando il suo titolo ducale al rampollo, già nato, o nascituro che fosse. Anche a Roma si vedeva qualche cosa di simile, cioè il caso d’un figlio principe, mentre il padre non era che duca.

— Questo è meno grave; — diceva il signor Montgomery Lockwood, che prendeva parte assai volentieri alle araldiche discussioni della sua signora con Massimo. — Da duca a principe la distanza non è tanta, come da duca a conte.

— Pure, — rispondeva Massimo, — questa distanza che vedete voi, «Sir» Montgomery, non esiste più. I titoli di nobiltà, rimasti come ricordo storico, si pareggiano tutti.

— Scusate, caro amico; — ribatteva il Lockwood. — O la nobiltà non conta più nulla, neanche come ricordo storico, o principe e duca valgono un po’ più di marchese, e molto più di conte e barone. Ne convenite?

— Ho il dispiacere di non poterlo ammettere. Avrei anche altri argomenti da opporvi.

— Sentiamoli, caro amico, sentiamoli.

— Ma vi annoieranno.