— No, vi assicuro. Si viaggia per istruzione, e bisogna saper tutto. —

Al conte di Riva non piaceva molto di dover servire con la sua dottrina araldica alla istruzione dei signori viaggiatori. Ma si trattava del padre di miss Madge, e bisognava adattarsi. Del resto, tentando di far penetrare le sue idee nella dura testa del signor Montgomery, egli difendeva un pochino la propria causa.

Secondo lui, due esempi erano convincenti: quello della nobiltà genovese e quello della nobiltà veneziana. Le dame dei patrizi di quelle due grandi Repubbliche italiane avevano diritto di tabouret alla corte di Luigi XIV, così puntiglioso in materia di cerimoniale. Nei ricevimenti di Versaglia, esse venivano dopo le principesse del sangue, e sedevano alla presenza della Corte, sebbene non fossero decorate di titoli feudali, mentre stavano in piedi tante mogli di duchi e marchesi. Soltanto alcuni patrizi genovesi, perchè possedettero feudi imperiali fuor dei confini della loro repubblica, aggiunsero qualche volta il titolo marchionale di essi feudi al nome della loro famiglia; dond’era avvenuto che alla caduta di Genova sotto il dominio dei re di Sardegna, volendosi foggiare i titoli del patriziato genovese sullo stampo di quelli della nobiltà piemontese, paresse più comodo a tutti i nobili di Genova assumere il titolo che già possedevano alcuni tra loro. Similmente la nobiltà di Venezia, poichè la repubblica di San Marco era caduta sotto il dominio dell’Austria, aveva fatto suo il titolo di conte, che era il più illustre negli Stati di Terraferma, e niente inferiore a quello di marchese. Infatti, che voleva dire marchese, se non conte di Marca, ossia di confine? Nobili genovesi e nobili veneziani erano forse discesi di grado, assumendo quei titoli? o men pareggiati tra loro? No davvero: l’essenziale non era nel titolo feudale e gerarchico, ma nel carattere storico, nella importanza antica delle rispettive famiglie. A Roma, per esempio, in mezzo a tanti principi, nepoti di papi, le vere famiglie storiche erano pochissime, discendenti dai vecchi baroni del medio evo: i Savelli, i Colonna, i Caetani, gli Orsini, e quattro o cinque altri. Finalmente, e sempre a Roma, c’erano titoli di duchi e principi che risalivano a dugent’anni, a cento, e taluni stentatamente a cinquant’anni di data.

— Capisco, capisco; — rispondeva mister Montgomery Lockwood. — Ma questi sono casi speciali. E voi, conte di Riva, a che età risalite? —

Poteva essere una impertinenza; certo era una domanda temeraria. Ma il signor Lockwood si prendeva spesso e volentieri siffatte libertà di linguaggio.

Massimo, adunque, passò tranquillamente sopra quest’altra mancanza di galateo, e rispose. La sua famiglia era antichissima. I genealogisti ci avevano veduto un ramo dei famosi conti di Trevigi, che poscia si erano chiamati di Collalto: nobilissima gente, già chiara innanzi il Mille, illustrata da frequenti parentadi con famiglie principesche di Germania, e tuttavia potentissima a Vienna per uffici ed onori.

— Bene, benissimo! — esclamò mister Lockwood. — Non sapevo che i Riva fossero così alti, e ve ne faccio i miei complimenti.

— Fateli ai nostri consanguinei di Collalto; — rispose Massimo, arrossendo un pochino. — Tutte queste grandezze appartengono ai Collalto, non al ramo collaterale di Riva. —

Il signor Montgomery capì di aver commesso un errore. Ed era già molto, da parte sua.

— Comunque sia, — replicò egli, — avete un bell’albero. E conterete ancora, m’immagino, i vostri grandi capitani, nella famiglia, i vostri diplomatici, i vostri cardinali.