— Tutte anticaglie, del resto! — disse Massimo. — Ora non valgono più nulla; è la ricchezza che vale.
— Non lo dite, mio caro! A buon conto, son titoli, e uno stemma e una corona decorano bene un sacco di dollari. —
Così rispondeva mister Lockwood, e il conte di Riva non fu poco maravigliato di sentir parlare a quel modo un re di denari, cittadino della libera America. Ma infine, se quello amava gli stemmi e le corone, egli, conte di Riva, poteva mettere una cosa e l’altra a decorare la sua carta da lettere. Lo stemma di Massimo era bello e vistoso; aveva anche dato negli occhi a Miss Madge, che ne aveva voluta la spiegazione in termini araldici. I conti di Riva portavano «interzato in banda, d’oro, d’argento e di rosso, e il capo dell’Impero», come indizio di concessione imperiale e di benemerenza ghibellina.
XI. I terzi incomodi.
Ma un altro e nuovo amico aveva maggior lusso di araldica, agli occhi dei Lockwood. Costui portava «d’argento, con un leone azzurro, coronato d’oro, caricato nel cuore d’uno scudetto di rosso, alla croce d’argento, e il capo di Francia, d’azzurro, coi tre gigli d’oro». Scambio della corona comitale, che cimava lo scudo di Massimo, portava corona marchionale, e con tanto di mantello di porpora, foderato di vaio.
Chi era costui? Vi contento subito: era il marchese Gerolifi di Monte Carmelo. E come era entrato nella intimità dei Lockwood? Anche questo si può dire in poche parole. Mister Montgomery lo aveva conosciuto in casa del Mapleson, suo banchiere, e ventiquattr’ore dopo la fatta conoscenza, il marchese di Gerolifi di Monte Carmelo aveva portato i suoi due biglietti di visita ai Lockwood, consegnandoli, con la piega di rito, al portiere dell’albergo. Mister Lockwood aveva chiesto a Massimo un cenno delle usanze italiane, in materia di visite e di biglietti di visita. Massimo non aveva potuto ricusarglielo. Così, per opera sua, il Creso americano aveva ricambiato la cortesia; e due giorni dopo il marchese Gerolifi di Monte Carmelo si era presentato ad ossequiar le dame all’albergo. Bell’uomo, non più giovane, ma ben conservato (Massimo soggiungeva: e ben restaurato!), cortesissimo, con un’aria di gran signore, anzi di sovrano in vacanza, il marchese Gerolifi piacque molto a mistress Eliza. Che si fa celia? Una corona marchionale! e il mantello di porpora, foderato di vaio! e i gigli di Francia! Per concessione, si capisce. Ma lo scudetto di Savoia, nel cuore del leone! Perchè doveva essere di Savoia, e non d’altra famiglia. E messo là dentro significava un certo grado di parentela. Il Gerolifi, destramente interrogato, non disse di sì, ma non disse neanche di no. Cose antiche! Chi se ne ricordava, oramai?
Non vi dirò una cosa strana, annunziandovi che il personaggio piacque poco al conte di Riva. Quando si è innamorati, ogni nuova figura dà noia, nel piccolo mondo in cui abbiamo concentrati tutti i nostri pensieri, dimenticando le cure e i desiderii, le vanità e le ambizioni del grande. E lo aveva tirato egli in casa, quel marchese Gerolifi! Perchè, infatti, era egli, Massimo, che aveva istruito l’americano intorno agli usi italiani, in materia di biglietti di visita. Ma sì! Se non fosse stato lui, sarebbe stato un altro: il banchiere Mapleson, per esempio, a cui il signor Lockwood si sarebbe certamente rivolto per consiglio. Ebbene, fosse pure così: glielo avrebbe potuto dire il banchiere: che sciocchezza era stata la sua, d’informarlo così minutamente egli stesso? A buon conto, sarebbe stato anche possibile che il banchiere avesse altre usanze, e non vedesse la necessità di un così pronto ricambio di cerimonie. Ah noioso Gerolifi, con quella sua corona marchionale! e con quel signor Montgomery, poi! con quel cittadino della libera America, che non studiava niente, che non aveva bisogno di studiar niente, e nondimeno si occupava con tanto amore di notizie araldiche!
Un giorno, all’ora del thè, Massimo aveva avuto occasione di fare uno sperticato elogio dell’America settentrionale. Beato paese nuovo! Le vecchie razze europee erano andate a rifarcisi, a prender laggiù nuovo vigore e bellezza. Capirete che a questo punto del suo inno, Massimo mandò una languida occhiata a miss Madge. Paese nuovo, sì, bisognava insistere sull’aggettivo. Laggiù non si era portato nessuno dei sopraccapi della vecchia Europa: nè le grandi signorie ereditarie d’Inghilterra, nè le contee di Pomerania, nè le grandezze di prima classe della Spagna, nè i ducati d’Italia: a farla breve, nessuna tra le forme dell’aristocrazia e del feudalismo, che guastavano il vecchio mondo. Era laggiù una grande espansione, un rigoglio di vita giovane, la poesia del lavoro, la ricchezza, la libertà. Gran cosa, la libertà, figlia della nativa eguaglianza, madre della fraternità, fonte di tutte le virtù, custode e dispensiera di tutti i beni del mondo!
Mister Lockwood ascoltava e sorrideva.
— Ebbene, mio caro, — gli disse, come quell’altro ebbe finito, — fatevi cittadino degli Stati Uniti. —