Massimo aveva dato un balzo sulla sedia.

— Sotto il vostro patrocinio, sir Montgomery, — gridò egli allora, — quando vi piacerà!

— Badate, giovinotto! — riprese il signor Lockwood, continuando a sorridere. — Anche quando sarete cittadino americano, vi chiameranno il signor conte. E voi non perderete l’orgoglio del vostro titolo, vedendolo apprezzato anche laggiù; e farete dipingere il vostro stemma, la vostra corona, sugli sportelli delle vostre carrozze. Chi ne ha diritto nella vecchia Europa, trapianta assai bene e volentieri questi ricordi nella vergine America. I titoli son sempre titoli, anche dall’altra parte dell’Atlantico.

— Ma non ci son re per distribuirne, tra voi.

— È vero, ci manca il re. Ma credete che non nascerà, un giorno o l’altro? Mio caro amico, voi siete entusiasta, e vedete le cose attraverso il prisma della vostra immaginazione italiana. Ma tutto il mondo è paese, e gli umori degli uomini, come tutti gli altri liquidi, posti in comunicazione tra loro, tendono a prendere uno stesso livello. L’Europa invidia a noi le nostre miniere d’oro e d’argento, i nostri grandi depositi di petrolio, le nostre ricche foreste, e quelle immense vie commerciali che sono i nostri fiumi. Noi invidiamo alla madre Europa quelle antiche istituzioni che a voi sembrano tanto fastidiose. —

Massimo non poteva riaversi dallo stupore, udendo quei ragionamenti all’europea. Una cosa, per altro, lo rallegrava: il consiglio di mister Lockwood. — «Fatevi cittadino degli Stati Uniti». — E come aveva sorriso maliziosamente, dicendolo! Il vecchio americano aveva dunque indovinato il segreto del suo cuore? e non mostrava di sgradire l’omaggio che si faceva alla bellezza di miss Madge? Ah, meno male! Se così pensava il padre della bellissima fanciulla, si poteva anche passargli qualche eresia di discorso. Ma bisognava parlare, far la domanda. Sì, un giorno o l’altro l’avrebbe fatta, ma dopo aver tastato il terreno con mistress Eliza. Per quanto vedesse di non essere sgradito compagno, non poteva dimenticare che era un compagno di viaggio, e che in viaggio si suol correre, così nella scelta delle relazioni, come sulle rotaie delle strade ferrate. A tentare un’apertura di quella fatta, ci voleva una bella dose di coraggio: anzi, diciamo meglio, d’audacia. Massimo era ricco, ma non esageratamente: ricco per una gran città di provincia. Un paio di eredità che aspettava, lo avrebbero fatto ricco per una città capitale. Ma che cos’era tutto ciò, a petto d’una miniera d’argento? Egli non conosceva le fortune dei Lockwood che per sentita dire; ma così a occhio e croce poteva credere che miss Madge fosse venti volte, e magari quaranta volte più ricca di lui. Quello era un guaio. Massimo non poteva mettere sull’altro piattello della bilancia che il suo stemma e la sua corona di conte. Un bel peso, se mister Lockwood pensava quel che diceva! Ma proprio allora che la contea gli avrebbe fatto giuoco, Massimo si vedeva capitare nei fianchi un marchesato. Gerolifi! Monte Carmelo! Nomi sonori, troppo sonori! E donde veniva quel marchesato del diavolo?

— Voi che siete forte di storia, — gli disse una sera mister Lockwood, — diteci un poco che nobiltà è questa dei Gerolifi di Monte Carmelo.

— Non ne so nulla; — rispose Massimo.

— Come? E siete italiano?

— Sir Montgomery, vi prego di considerare che io sono delle provincie settentrionali, e faccio già molto a raccapezzarmi tra le mille e una famiglie storiche di lassù. Conosco poco la nobiltà delle due Sicilie, tanto più numerosa della nostra, per cagione dei tanti governi che si son seguiti in questa parte d’Italia. Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni.... c’è da confondersi. Del resto, il casato di cui mi chiedete ha un’aria tutta egiziana.