— Egiziana! — esclamò mistress Eliza. — Come è possibile?

— Lo dice il nome, che sa di Geroglifici; — replicò Massimo, contento di avere scagliata la sua freccia. — Piuttosto m’impaccia un pochino quella giunta di Monte Carmelo.

— È in Terrasanta — osservò miss Madge. — Forse il titolo risale al tempo delle Crociate.

— A prima vista pare così; — disse Massimo, inchinandosi. — Ma non dimentichiamo, signorina, che ci sono in Italia i frati Carmelitani, e che ogni loro convento ha il suo Monte Carmelo. Se il nome vien di lì, la nobiltà dei Geroglifici potrebb’essere molto recente.

— Dimenticate la croce di Savoia; — entrò a dire mister Lockwood.

— Ah, sir Montgomery! Vi prego di considerare ancora che ce ne son mille, di famiglie nobili, che portano di rosso alla croce d’argento, ed altre mille che portano d’argento alla croce di rosso. Poi la croce di Savoia è caricata nel cuore di un’aquila. Questa dei Gerolifi è caricata nel cuor d’un leone. —

Erano in questi discorsi, quando capitò, «lupus in fabula», il marchese Gerolifi. I Lockwood continuarono a parlare d’araldica, con gran noia di Massimo, che vide il nuovo venuto farsi liberale della sua erudizione alle dame. Il Gerolifi era espertissimo nella materia, e in mezz’ora di parlantina sciorinò davanti a miss Madge tutto un trattato sull’arte del blasone, colori e metalli, partizioni, pezze onorevoli, figure, armi di padronanza, di successione, di adozione, di concessione, e via discorrendo. Numerò le principali famiglie dei Sedili di Napoli e del reame di Sicilia, e trovò ancora il tempo di blasonare lo scudo del conte di Riva, suo buon amico, facendogli complimento per il capo dell’Impero, che denotava grandi benemerenze della sua casa verso la fazione ghibellina. Udito poi da miss Madge che i conti di Riva erano una diramazione dei Collalto, prese a magnificare questi ultimi, lagnandosi garbatamente che avessero abbandonato il loro primitivo nome di Trevigi, che ricordava i fasti della gioiosa Marca Trivigiana.

Il conte di Riva lì per lì fu contento, udendo esaltare la sua famiglia, e miss Madge richiamarne in campo le illustri parentele. Ma di parentele sue proprie il Gerolifi ne aveva da citarne a diecine. Tutti i primi nomi di Napoli erano collegati per qualche vincolo al suo. Passando in rassegna solamente i tre ultimi secoli, con molta disinvoltura, senza insisterci punto, il marchese di Monte Carmelo si dimostrava consanguineo di tutta l’aristocrazia delle Due Sicilie.

Interrogato dal curiosissimo signor Lockwood, venne da ultimo a discorrere sull’origine del suo casato. I Gerolifi si erano chiamati in principio Gerosolimi, o Gerosolimiti, come discendenti di antichi pellegrini e guerrieri di Terrasanta. Ma il nome si era sformato in processo di tempo, e la sformazione incominciava ad apparire in atti notarili del 1300. A Monte Carmelo uno de’ suoi maggiori aveva resistito lungamente alle armi vittoriose di Saladino, dopo il mal esito della seconda crociata; donde il titolo era venuto alla famiglia, e riconosciuto da tutti i principi cristiani. Da quel tempo i Gerolifi non si erano mai lasciata fuggire nessuna occasione di combattere contro i figli di Maometto; e quando la Palestina fu perduta irremissibilmente per la Chiesa latina, essi avevano dato quasi ad ogni generazione uno dei loro all’ordine dei cavalieri di Rodi, che poscia erano diventati cavalieri di Malta.

Tutto questo racconto, sebbene fatto con molta discrezione, faceva restare a bocca aperta i due coniugi Lockwood. Una considerazione di mister Montgomery urtò maledettamente i nervi al conte di Riva. Il marchese Gerolifi aveva chiuso il suo discorso con queste malinconiche parole: — «Oramai, son glorie morte, e non si tengono più in conto che come ricordi di famiglia».