E si fermò a mezza strada, come se volesse con la sua sospensione dare maggior forza a ciò che si prometteva di soggiungere.
— Quale? — domandò Massimo allora.
— Bel fuoco divampa: buon fuoco è sotto cenere; — rispose la fanciulla.
— E sia, — replicò Massimo, — ma dopo aver divampato. —
La fanciulla non disse altro. Le sue cognizioni in materia di fuoco non le permettevano forse di ribattere la sentenza del suo interlocutore. Il quale, con tutta la sua vittoria di parole, rimase anche più male dei giorni antecedenti. Credete pure che aveva un diavolo per occhio.
Quel giorno i Lockwood erano invitati a pranzo dai Mapleson, nella loro villa di Posilipo. Fino allora mister Montgomery, col pretesto delle corse al Vesuvio, a Sorrento, a Cuma, e via discorrendo, si era schermito da quella gran noia dei pranzi solenni. Ma oramai le grandi escursioni erano state fatte: al nuovo e formale invito non si poteva dire di no.
— C’è il giardino, del resto; — osservò giudiziosamente mistress Eliza. — Voi, caro amico, salvo nell’ora di tavola, potrete passeggiare, fumare e.... respirare liberamente. —
Massimo, adunque, per una mezza giornata era libero. Triste libertà, che lo costringeva a pranzare e a passeggiare da solo! Ma al cattivo umore, quando si è impadronito di noi, questi momenti di libertà, vere interferenze di luce, non fanno male: aiutano qualche volta a dissiparlo, per via di smaltimento.
Purchè i Mapleson non avessero invitato a pranzo anche il Gerolifi! Ma!... questo poteva darsi benissimo. Il signor Lockwood non lo aveva conosciuto per l’appunto in casa del suo banchiere, quell’uggiosissimo tra tutti i marchesi della cristianità?
— Che cosa farete voi della vostra libertà? — aveva chiesto la signora Eliza al conte di Riva, nell’atto di prender congedo da lui.