— Oh, Memmo! — diss’egli. — Tu qui? —

Era infatti Don Memmo Savelli, suo amico di Roma. Non avrete già dimenticato che Massimo era stato padrino in una quistione tra il Savelli e il Riccoboni, avendo anche la fortuna di rappattumare quei due vecchi amici. Don Memmo veniva per l’appunto da Roma, e si disponeva a fare un giretto nelle Puglie, per vedere certi suoi fondi. Ne aveva anche laggiù, e un vecchio castello per giunta, nelle vicinanze d’Atripalda. Ma non si passa da Napoli senza fermarcisi almeno un paio di giorni; e Don Memmo aveva fatto disegno di rimanere anche una settimana, per vedere tutte le novità di quegli ultimi anni.

Massimo in sulle prime temette che quell’altro gli parlasse della società romana e di certe cose su cui egli non voleva tornare. Da un mese che era a Napoli, le aveva dimenticate così bene! E adesso capitava Don Memmo, a rinfrescargli la memoria! Gli avrebbe incominciato a parlare del Montegalda, poi.... poi di chi sapete. Pensando a queste cose, il conte Massimo tremava. Ma il Savelli era pieno di prudenza; fors’anche era scarso di memoria; fatto sta che non toccò nessun tasto spiacevole. Parlò invece e lungamente di Napoli. Era giunto nella mattina e sentiva un gran bisogno di sfogare la sua ammirazione, specie per tutti i cambiamenti che erano stati fatti in quella parte signorile della città.

Veramente, non erano tutti cambiamenti in meglio. Ma il giudizio dipendeva dal modo di considerare le cose. Il corso di Chiaia antico era più rumoroso, più pittoresco, nella sua confusione. Oramai, ridotto nei viali della Villa Nazionale, senza le dissonanti compagnie di carri e carretti che passavano per la via provinciale, era diventato una cosa molto elegante, più elegante del bosco di Boulogne, a Parigi. Nondimeno, aveva perduta la sua curiosa impronta napoletana, e tutta la bellezza naturale che gli era data in altri tempi dalla gran scena del golfo. Verissimo che si poteva anche andarci, sulla strada antica, a Mergellina, al palazzo di Donna Anna Carafa, a Posilipo. Del resto, una trottata fin là, tutti gli equipaggi solevano farla. Ma perchè il vero corso signorile era nella Villa, addio lunghe andate e lunghi ritorni, col facile incontro, la comodità di una lunga guardata e di un lungo saluto. Tutto non si può avere ad un tempo; pazienza! Così com’era diventato, e dimenticando le usanze anteriori, il corso di Chiaia era bellissimo. Don Memmo lo gradiva assai più di quell’altro, a Roma, nella eterna Villa Borghese, co’ suoi alti e bassi, co’ suoi stecconati, e con la inevitabile umidità della sera.

Don Memmo non parlava di nessuna cosa che potesse dargli noia. Era dunque un ottimo compagno per quelle ore disoccupate. I due amici stettero insieme a chiacchiera, vedendo passare le carrozze. Il Savelli ravvisò qualche conoscenza di Roma, e salutò. Massimo, dal canto suo, vide passare la carrozza dei Mapleson, tirata da quattro cavalli, niente di meno! e il Savelli ammirò quelle due stupende pariglie di rovani, in quella che Massimo salutava le dame. Mistress Eliza rese il saluto con un mezzo inchino; miss Madge non fece che un cenno impercettibile degli occhi; mister Montgomery salutò a mano aperta e soggiunse ad alta voce: — Addio, conte! —

Il Savelli, quasi sarebbe inutile il dirlo, aveva salutato per consenso, vedendo l’atto di Massimo. Nè altrimenti fece caso di quella apparizione; non mostrò neanche di aver riconosciute le americane, la cui presenza, per la bellezza di una tra loro e per la notizia della miniera d’argento, aveva fatto chiasso in Roma, tanto da non poter essere ignorata da un giovanotto della buona compagnia.

Poco dopo giungeva il Gerolifi, e si fermava a discorrere col conte di Riva. Questi fu lieto di vederlo capitare dalla parte di Pizzo Falcone, anzi che da quella di Posilipo: segno che il marchese di Monte Carmelo non era stato a pranzo dai Mapleson.

Ma dopo questo primo senso di piacere, Massimo ne ebbe un secondo, e fu di noia. Gli toccava infatti di presentare scambievolmente i due personaggi. Ne avrebbe fatto volentieri di meno; ma sarebbe stata una villanìa, e Massimo non poteva risolversi a commetterla.

— Il signor marchese Gerolifi di Monte Carmelo; — diss’egli allora. — Don Memmo Savelli, barone di Monte Savello. —

I due personaggi, che già aspettavano quella doppia esposizione di generalità, si salutarono, molto cerimoniosamente: poi subito attaccarono discorso. Evidentemente si riconoscevano di giusta misura l’un l’altro. Il Gerolifi, del resto, assai disinvolto cavaliere, sfoderò tosto la sua amabilità di sovrano in vacanze. Era anche un bell’uomo, col suo occhio nero e grande, il suo volto roseo dorato e i baffi neri, fin troppo neri, ammagliati con garbo.