— È una fortuna per me di conoscere il signor duca di Palombara; — diss’egli, soggiungendo quel titolo, come per mostrare che conosceva la storia di casa Savella. — Godo anche di questa occasione, la quale mi permette di ricordare che una Savelli, Donna Barbara, gran letterata, e tra gli Arcadi «Amarilli Tiburtina», sposò nel 1774 un duca di Santa Maria, mio bisavolo paterno.

— Rammento benissimo questa gloria della famiglia; — rispose Don Memmo, stendendo la mano al marchese Gerolifi. — E mi stimo fortunato di riconoscere un consanguineo. —

Diavolo d’un Gerolifi! Era dunque consanguineo di tutto il genere umano?

Pochi minuti dopo passò ancora l’equipaggio del Mapleson. Il marchese Gerolifi fece il suo saluto alla grande, il saluto delle occasioni solenni, a mezzo arco di cerchio.

— Savelli mio, — diss’egli, poichè la carrozza fu passata, — ecco un fiore che Napoli ha rubato a Roma.

— Ah, sì, la Lockwood; — mormorò il Savelli. — Mi ricordo, infatti, di aver veduta questa famiglia a Roma.

— Un fiore di bellezza, di bontà, d’intelligenza! — riprese con la sua abbondanza di frase il Gerolifi. — Non è vero, conte? —

Massimo, così interrogato, assentì del capo; ma con una voglia matta di mandare a quel paese tutta la discendenza dei Gerolifi di Monte Carmelo.

Frattanto il Savelli, messo in sulla via dalla parlantina del suo interlocutore, aveva preso a dirgli, con lo stesso suo tono confidenziale:

— Ne parlate con un grande entusiasmo, marchese! Per caso, avrei io salutata con voi una futura parente?