Qui, se Massimo non abbracciò il marchese Gerolifi di Monte Carmelo, cadetto della casa ducale di Santa Maria, credete pure che fu per riguardo al luogo pubblico, e per timore di far ridere la gente.
XII. Tempo grigio.
Dopo quella scoperta del cavalierato di Malta, il conte Massimo ebbe un istante di felicità, e di felicità tanto più profondamente sentita, quanto più gli giungeva inaspettata, fra i sospetti e i timori di quegli ultimi giorni. E che scappate di allegrezza, da quella profonda felicità! Non erano sicuramente più vivaci nè meglio colorite le fiammate di zolfo, dallo sfiatatoio del cratère di Pozzuoli. Con che gusto matto pensava egli allora al domani! Perchè, infatti, gli era sembrato di capire che mister Montgomery Lockwood, ad onta di tutte le dimostrazioni araldiche di lui, anteponesse i marchesi ai conti: preferenza di nessuna importanza, se si fosse trattato di ogni altro cittadino della libera America, ma importantissima, e grandemente pericolosa, trattandosi del padre di miss Madge. Ah, ah, povero signor Montgomery! Egli non aveva ancora una giusta idea di ciò che fossero i cavalieri di Malta. Con che gusto matto si sarebbe incaricato egli, Massimo di Riva, dell’ufficio amorevole d’istruirlo in proposito!
Glorioso, trionfante, Massimo non sentì neanche il bisogno di correre quella sera all’albergo. Notate, del resto: era la prima volta che passava la giornata lontano dai suoi compagni di viaggio, e Massimo non credette fosse conveniente di presentarsi all’ora del thè. Il Gerolifi non aveva parlato di andare all’albergo, per fare una visitina che era passata oramai in consuetudine; e Massimo non ne parlò nemmeno lui. Stette adunque con l’amico Gerolifi e con Memmo Savelli; passeggiò lungamente con ambedue, facendo poi una bella fermata al caffè dell’Europa, ritrovo serale di tutta la gioventù elegante. Si ritirò molto tardi, e i due compagni di passeggiata lo accompagnarono all’albergo. Tanto, era tutta strada, anche per Don Memmo; e il marchese Gerolifi di Monte Carmelo avrebbe poi accompagnato quest’ultimo, cinquanta passi più in là, ritornandosene a casa sua per la riviera di Chiaia.
Quando fu all’albergo, non era più ora di bussare dai Lockwood. Massimo scrisse alcune righe in fretta sopra un biglietto di visita, e questo biglietto consegnò al cameriere, perchè lo portasse la mattina seguente a mister Montgomery, insieme col suo caffè nero; poscia si ritirò nel suo quartierino, consolandosi di non aver data la buona notte a miss Madge, col pensiero di quella nobilissima istituzione che era l’ordine antico ed accetto dei Cavalieri di Malta.
Ah, sì, veramente egli amava quella bionda fanciulla. E le gioie del futuro, come gli passavano gloriose davanti agli occhi della fantasia! Trascorrere nel mondo, ricchi, belli e felici, come in un cocchio d’oro, e con tanto d’aureola d’intorno, che sogno maraviglioso! Perchè questa è consuetudine in noi, anche quando l’esperienza vorrebbe insegnarci il contrario: noi pretendiamo di godere nell’eternità quella gioia sperata, che è un punto luminoso, ma un punto unico, un istante, un attimo, nella vita dell’uomo.
Ma il conte di Riva non doveva per allora fermarsi a raccogliere le ammonizioni dell’esperienza. Sognava, sognava bene, e chi sogna bene non ama svegliarsi.
Il sole, puntualissimo principe, apparve dai monti Amalfitani, stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo. Ma il conte di Riva non si svegliò per lui dal suo sogno. Venne più tardi a risvegliarlo il cameriere, portandogli la risposta di mister Montgomery Lockwood. Massimo gli aveva domandato, nel suo bigliettino, che cosa contavano di fare le signore nella mattina seguente, per essere anch’egli ai loro ordini; e mister Montgomery gli rispondeva: «nessuna decisione è stata presa; si risolverà all’ora di colazione; felicissimi di concertare con l’aiuto del vostro consiglio».
Non c’era niente di strano; era anzi naturalissimo che, trattandosi di andare in giro per Napoli, o per i dintorni di Napoli, si aspettasse il consiglio di Massimo, accompagnatore costante. Ma per quella volta gli parve d’essere un gran personaggio! tanto è vero che le cose più naturali e le più comuni possono parere straordinarie e maravigliose, secondo il momento in cui le vediamo, o secondo il colore degli occhiali che la nostra fantasia, miope graziosa, ha voluto inforcare. Lo dice anche un proverbio spagnuolo:
Todo es segun el color