— Che peccato! — esclamò mister Montgomery. — Se si fosse fermato, avreste potuto presentarmelo. Amo tanto le famiglie storiche della vostra bella Italia! —

Massimo incominciò a pentirsi di aver magnificate le grandi famiglie storiche d’Italia, in confronto alla poca nobiltà dei Gerolifi. E più ancora incominciò a pentirsi di avere accennato quell’incontro del Savelli alla Villa Nazionale. Con quei cittadini della libera America era molto pericolosa l’araldica. Per fortuna il Savelli doveva partire. Non così presto, com’egli aveva detto a mister Montgomery; ma infine, giorno più, giorno meno, sarebbe sparito, e non era il caso di fare la presentazione d’uno dei quattro o cinque più antichi nomi d’Italia al padre di miss Madge, della bionda divina.

Quel giorno si doveva andare a Pozzuoli, che un’altra volta i Lockwood avevano veduto passando, senza fermarsi, avviati com’erano a Cuma e al Capo Miseno. Ma il conte di Riva pensò che si sarebbe passati per Chiaia, e che c’era pericolo d’incontrare il Savelli. Propose adunque di fare una gita ad Ischia. Ma il signor Lockwood non voleva per quel giorno mettersi in mare. Aveva anche da vedere il suo amico Mapleson, che gli proponeva l’acquisto di due bei quadri antichi, per il suo salotto di Baltimora.

— Ebbene, — osservò Massimo, allora, — ecco una ragione di più per non andare nemmeno a Pozzuoli. Voi, sir Montgomery, andrete dal signor Mapleson; io accompagnerò le signore a vedere il Tesoro di San Gennaro. Sarà una gita in città, e ci ritroveremo all’ora del pranzo.

— Mi conviene; — rispose mister Montgomery.

Conveniva anche alle dame. Mistress Eliza amava molto le pietre preziose, le oreficerie, le stoffe antiche e i merletti: tutte cose che sicuramente avrebbe vedute nella cappella del Tesoro. Miss Madge avrebbe potuto ammirare dei quadri di Luca Giordano, un pittore col quale ella aveva un punto di somiglianza, artisticamente parlando. Un punto solo, per verità, e non il migliore. Luca Giordano era stato dai suoi contemporanei decorato del soprannome di Luca «Fa presto», e la bella biondina tirava giù i suoi disegni sull’albo, con una rapidità portentosa.

La giornata fu buona. Si andò al Duomo e si ritornò all’albergo, senza aver veduto ombre pericolose, od altrimenti moleste.

Ma più tardi, quando capitò il marchese Gerolifi a far visita, Massimo ebbe la noia di sentir parlare da capo del suo buon amico Savelli. Ed era mister Lockwood, che lo rimetteva in ballo, accennando ancora all’incontro e al saluto del giorno innanzi, sull’ingresso della Villa Nazionale. In verità, io vi dico, quel cittadino della libera America aveva la manìa dei titoli, dei privilegi e di tutte l’altre malinconie della povera Europa.

Il marchese di Monte Carmelo non mostrò di dolersi d’una conversazione che tendeva a glorificare gli assenti. In ciò, veramente, era superiore al conte di Riva. — «Bella forza!» pensò quest’ultimo. «Egli è cavaliere di Malta». Comunque fosse, il Gerolifi lodò grandemente il suo amico Savelli, ricordando ancora una volta, con nobile compiacenza, i vincoli di parentela che stringevano la sua famiglia a quella di Don Memmo. E quando il signor Lockwood, nella sua ingenua tenerezza per le grandi famiglie storiche, ebbe detto al marchese Gerolifi: «dovreste presentarcelo», il cavaliere di Malta rispose prontamente:

— Ci avevo già pensato, e volevo appunto parlarne al conte Massimo, per procurarmi questo piacere insieme con lui. La nostra parentela coi Savelli è antica e lontana, oramai; la mia amicizia col suo ultimo rappresentante è di ieri soltanto, e ne son debitore al conte di Riva.