— Ma... — balbettò questi, schermendosi. — Sarà difficile, per ora. Il nostro amico va nelle Puglie.
— Non ancora, mio buon Massimo, non ancora; — rispose il Gerolifi. — Ho fatto io il miracolo di trattenerlo.
— Davvero? E in che modo?
— In un modo semplicissimo. Quando abbiamo accompagnato voi all’albergo, siamo andati oltre chiacchierando, verso la Riviera di Chiaia. Si parlò, naturalmente, del troppo breve soggiorno che Don Memmo voleva fare tra noi. Che diamine! gli dissi. Ciò non va bene. Un proverbio, che ha ricevuta la sanzione dal tempo, comanda a tutti i viaggiatori: vedi Napoli e poi mori. Qui non si vuol più la morte del viaggiatore; gli si domanda almeno di veder Napoli; e non si chiama vederla il restarci tre giorni. Neanche si può dire di averla veduta, quando ci si capita dopo cinque o sei anni di assenza, com’è per l’appunto il caso di Don Memmo Savelli. Di questo egli ha dovuto convenirne con me. Gli ho poi ricordato che egli ha qui dei parenti, oltre i duchi di Santa Maria. Il principe di Serra Grimalda è suo alleato, perchè figlio di una Savelli. Tutti i Palombara di qui sono parenti dei Savelli alla quarta generazione. Non gli pareva necessario di fare una visita? —
Massimo avrebbe mandato volentieri a quel paese tutti i Palombara, tutti i Serra Grimalda della terra e il marchese Gerolifi per giunta. Oh andate a fidarvi d’un cavaliere di Malta!
— Tutte illustre parentele! — esclamò il signor Lockwood. — E siete così riescito a trattenerlo?
— Sì, ha dovuto arrendersi a discrezione; rimarrà un paio di settimane.
— Da bravo, dunque, presentateci il vostro amico. Mi ha l’aria di un gentiluomo.
— Oh, per questo, — rispose il Gerolifi, — lo è fino alla punta dei capegli. Domandatene al conte di Riva, che lo ha tra i suoi amici migliori. —
Massimo, così tirato in ballo, rispose con un cenno del capo.