— Abbiamo anche parlato dei signori Lockwood; — proseguiva intanto il Gerolifi. — Io gli avevo chiesto come mai non avesse conosciuta questa rispettabile famiglia, nel suo passaggio a Roma....

— Ah sì! — interruppe il signor Lockwood. — Mi maraviglio anch’io di non aver conosciuto il principe Savelli.

— La maraviglia è reciproca; — rispose il Gerolifi. — Ma egli diede una spiegazione della cosa, osservando che sir Montgomery Lockwood aveva fatto una troppo breve sosta nella eterna città.

— Oh, ci ritorneremo! Dopo Napoli e Palermo, ci ritorneremo sicuramente; — replicò mister Lockwood, decorato dal marchese Gerolifi del titolo di «Sir».

E forse non solamente da lui, ma anche da Don Memmo Savelli. Non riferiva egli, infatti, un discorso di Don Memmo? E Massimo, che aveva fatta egli la maravigliosa trovata, se la vedeva sfruttare dagli altri. Era proprio il caso di ripetere con Virgilio: «Sic vos non vobis mellificatis apes!»

— Siamo dunque intesi; — ripigliò il signor Lockwood. — Voi ci presenterete il principe Savelli.

— Barone, sir Montgomery! — notò Massimo, che sentiva l’americano già per la terza volta risciacquarsi la bocca con quel titolo di principe. — I Savelli sono baroni.

— Sì, baroni romani; — ribattè il signor Lockwood. — Me le avete insegnate voi, queste cose, mio caro conte Massimo. I baroni romani son tutti di là dal Mille, e se il mondo fosse finito nel Mille, sarebbero morti baroni. Ma il mondo non è finito, ed essi hanno ancora avuto il tempo di diventar conti, marchesi, duchi, principi, ed anche grandi di Spagna. Ho notato, — soggiunse l’americano, — ho notato, leggendo l’almanacco di Gotha, che i principi romani son tutti grandi di Spagna.

— Non tutti, veramente, ma una gran parte sì; — corresse discretamente il marchese di Monte Carmelo.

— È del resto una particolarità di minor conto; — osservò Massimo, sforzandosi di dare alle sue parole un tono accademico. — Son grandi di Spagna, ma non hanno avuto dogi in famiglia.