— Ci hanno avuti dei papi; — ribattè il signor Lockwood. — E alcuni di essi ci hanno anche avuto dei santi.

— Ah, questo è innegabile; — disse il conte di Riva, inchinandosi all’evidenza.

Del resto, il signor Lockwood non faceva che ricordare le sue stesse lezioni. In una sola cosa il cittadino della libera America non si era voluto piegare alla dottrina del conte di Riva. Nell’ammettere la piena eguaglianza dei titoli di nobiltà, mister Montgomery, peccatore ostinato, seguitava a credere nella gerarchia. Che tenesse un conte superiore ad un barone, poco male! Ma egli teneva un marchese superiore ad un conte, e questo era un guaio; teneva un duca od un principe superiori a un marchese e ad un conte, e questo era intollerabile senz’altro. Povero Massimo di Riva, che i suoi antenati avevano tenuto alla misura di conte, con nove perle in vista, e neppur l’ombra di un doge!

Le dame tacevano, lasciando al capo della famiglia il carico di quella conversazione, che dava tanta noia al signor Massimo. Delicatezza, od istinto, consiglia certi silenzi alle donne? Le due cose si confondono spesso, tanta è la sottigliezza loro; e la psicologia e la fisiologia non arrivano a sceverarle, nella traccia sinuosa dei loro incerti confini.

Frattanto il signor Massimo aveva un diavolo per occhio. E a proposito di diavoli, quale fra i tanti aveva condotto a Napoli il Savelli, per cacciarglielo tra’ piedi? Di sicuro, in tutto ciò che era avvenuto, non aveva ombra di colpa Don Memmo. Si va a Napoli come in ogni altra città, per semplice diporto, e Don Memmo ci aveva anche la ragione naturalissima del viaggio nelle Puglie. Quando si è in Napoli, non è meno naturale che sull’ora del passeggio si vada anche alla Villa Nazionale. Fin qui non c’era nulla a ridire. Tutto il resto, poi, era avvenuto per colpa di Massimo. Gran sciocchezza, la sua, di presentare il marchese Gerolifi al nuovo venuto! Maggior sciocchezza, di citare i Savelli come una delle primissime famiglie storiche italiane, ad un uomo tanto desideroso di fumo quanto era provveduto di arrosto, come quel signor Lockwood, re di denari e possessore d’una miniera d’argento!

Era egli, conte di Riva, che aveva tirato in casa dei Lockwood il gran signore romano! Era egli, che, uscito a mala pena di sospetto per uno, apriva la porta ad un altro!

Vi parrà strano, ma questo pensiero lo calmò. Virtù di analogia! L’uomo, già lo sapete, è un animale superstizioso e cabalista per eccellenza. Or dunque, il nostro Massimo pensò che aveva temuto tanto del Gerolifi, e che il pericolo di un pretendente, di un rivale, gli era svanito ad un tratto. Temeva tanto del Savelli, e non doveva egualmente svanirgli quel nuovo pericolo? Ma sì; la cosa era chiara, andava pari pari come la regola del tre. Infine, il Savelli non era noto a tutta Roma per i suoi corteggiamenti da Don Giovanni? E questi non erano tali da escludere ogni idea matrimoniale? Don Memmo aveva una avversione profonda contro ogni vincolo eterno. Quante volte non gli aveva sentito dire: i Savelli finiranno con me!

Non c’era dunque da temer tanto; anzi, non c’era da temere affatto. Il primo dei sospettati, il Gerolifi, non poteva; il secondo, il Savelli, non avrebbe voluto. A premunirsi contro il pericolo di un terzo pretendente, Massimo voleva fare la sua brava domanda di matrimonio.

Era un giovedì, giorno eccellente per ogni impresa che debba essere tentata in buon punto. Ma disgraziatamente quel giorno era anche trascorso mezzo. Occorreva dunque rimandare l’attacco. Ma il domani era un venerdì, giorno nefasto tra tutti. Nel sabato, adunque, nel sabato avrebbe aperto il suo cuore a sir Montgomery, messo un termine a tante incertezze proprie, a tante debolezze pericolose di quel ricco plebeo.

Al pari di Massimo non era superstizioso il Savelli? O forse aveva il venerdì per un giorno fortunato? O forse non pensava affatto al calendario? Comunque fosse, Don Memmo Savelli si lasciò presentare in venerdì. Bel giovanotto, alto, bruno, tutto d’un pezzo, piacque molto al signor Lockwood.