— Come si vede che è romano! — esclamò questi, parlando al conte di Riva. — C’è in lui il tipo degli antichi dominatori del mondo. —
Massimo avrebbe voluto temperare un pochino quegli ardori di romanità: parlar d’innesti servili, della Grecia e dell’Asia minore; poi d’invasioni barbariche, di Vandali, di Goti, di Bisantini, di Longobardi e simili altri elementi perturbatori; poi delle condizioni particolarmente infelici di una città discesa a poche migliaia d’abitanti, e dovuta rinsanguare con nuovi e ripetuti arrivi di Toscana. Ma il signor Lockwood non gli avrebbe dato retta. — «Tutto bene, quel che voi dite», gli avrebbe risposto quell’ostinatissimo uomo «ma questi Savelli sfuggono alla vostra statistica. Non mi avete detto voi medesimo che le memorie della loro famiglia risalgono al terzo secolo dell’Era cristiana?» Massimo pensò queste cose, e si astenne prudentemente da una serie di osservazioni critiche ancor più pericolose d’ogni entusiasmo. Infine, non voleva aver l’aria di temere. Egli era il conte di Riva, perbacco!
Le dame fecero lieta accoglienza al nuovo venuto, ma senza follìe di gente nuova. Mistress Eliza era compassata per indole, e le sue articolazioni avevano anche poca elasticità di movimenti. Miss Madge, nella sua condizione di fanciulla, non poteva apparire niente più espansiva, ed era già molto quando esciva dal suo «veramente?» per arrisicarsi ad una frase formata. Anche il Savelli fu molto misurato nelle parole e negli atti; non andò in visibilio per la conoscenza dei Lockwood, non rimase in estasi davanti alla unica erede d’una miniera d’argento. Checchè ne pensi il signor Massimo, conte di Riva, e geloso feroce, il romano moderno ritiene ancora molto de’ suoi antichissimi progenitori; egli conserva per intanto la loro bella gravità. Niente lo stupisce; niente gli par superiore a sè stesso. Era ben romano quel Don Camillo Borghese, che non mostrò di aver perduta la testa per l’altissimo onore d’imparentarsi con Napoleone Bonaparte, primo console, poi imperatore dei Francesi ed arbitro dei destini d’Europa. Forse gli parve naturalissimo d’esser cognato al grande uomo. Men naturale dovette parergli che il grande uomo non facesse di lui un re di corona. S’aspettava un trono, il bravo Don Camillo; e non ebbe che uno straccio di prefettura; come a dire una derisione, un affronto!
Presentato in venerdì, Don Memmo fu subito invitato ad una gita per il sabato. Si andava all’isola di Capri. Niente noioso, quel Savelli! Non ebbe l’aria di voler disturbare nessuno. Stette tutta la giornata a far conversazione col vecchio Lockwood, che non era sempre piacevole. Massimo potè credere che il suo amico romano avesse un gran rispetto per tutti i diritti acquisiti.
Una gita all’isola di Capri non si racconta più, dopo tante descrizioni che ne son state fatte, in libri di viaggi e romanzi. Chi non sa che si parte da Napoli in piroscafo, o direttamente per l’isola, o per la spiaggia di Sorrento, donde poi vi porta alla marina di Capri la famosa barca postale di Don Michele Desiderio? Dalla marina di Capri alla grotta Azzurra non si va che in piccole barche, ognuna delle quali è capace di tre viaggiatori. Veramente potrebbe contenerne di più; ma c’è una ragione fortissima per restringere il numero a tre persone, anche lasciando l’antica e proverbiale dell’«omne trinum est perfectum»; e la ragione fortissima è questa, che entrando nella grotta bisogna coricarsi in fondo alla barca, non essendo l’ingresso più alto d’un metro sul livello dell’acqua.
La distribuzione di sei viaggiatori in due squadre non costò nessun dispiacere al conte di Riva. Don Memmo pareva attaccato ai panni del signor Lockwood, e il marchese Gerolifi si attaccò facilmente per quella occasione ai panni di tutti e due. Massimo rimase con le signore, e senza aver dovuto fare il menomo sforzo. Fin qui, tutto bene; e fu anche meglio, allorquando, costeggiata un tratto la rupe e veduta apparire la bassa apertura, per cui doveva entrare la barca, i viaggiatori dovettero accoccolarsi sotto il capo di banda. In quel punto la guancia di Massimo (e quasi potremmo dire il suo labbro) si ritrovò naturalmente sopra una mano di miss Madge. Ci fu uno sfioramento lieve lieve, che non doveva esser poi contro le leggi di una garbata «flirtation», e che ad ogni modo era giustificato dalla incomoda postura del conte di Riva. Voi mi direte che il signor Massimo avrebbe potuto piegarsi da un’altra parte, dov’era mistress Eliza. Lo so anch’io, che avrebbe potuto; ma forse non ci pensò, e dovendo piegarsi, seguì ciecamente l’istinto, quel benedetto istinto che ci tien di qua o di là, secondo che una parte mette più conto dell’altra. Anche miss Madge, benedetta fanciulla, perchè era rimasta con quella mano distesa?
Si dolse ella dell’atto? Voglio creder di no. Era una cosa da nulla, e poteva attribuirsi al caso, cieco anche lui, come è cieco l’istinto. Del resto, la bionda fanciulla aveva altro da pensare in quel punto. Entrata là dentro con un po’ di terrore, era rimasta presa da una grande maraviglia. E non già per l’ampiezza della grotta. Il barchettaiuolo aveva un bel dire che la vôlta era alta tredici metri, e l’acqua profonda quindici, che la lunghezza della grotta era di cinquantatrè e la larghezza di trentadue. Quelle misure potevano strappare qualche «oh!» al labbro di mistress Eliza; ma la sua bella figliuola non ascoltava neanche, colpita com’era dalla bellezza dello spettacolo, affascinata dal colore azzurro che prendeva ogni cosa fuor d’acqua, e dal colore d’argento che aveva ogni cosa entro l’acqua, perfino l’immagine sua, riflettendosi, fuori dal capo di banda, in quel magico specchio.
Nei luoghi topici d’ogni escursione ci sono le consuetudini inveterate, le esperienze inevitabili, obbligate in chiave. Sulla via di Pozzuoli, e presso le stufe di San Germano, è una piccola grotta, celebre per le sue esalazioni di gas acido carbonico, dove fanno entrare un povero cagnolino, per darvi lo spettacolo di una passeggiera asfissia, e per dimostrarvi che se il cane è l’amico dell’uomo, l’uomo non è altrimenti l’amico del cane. Nella grotta Azzurra di Capri vi dànno volentieri l’altro spettacolo, fortunatamente più umano, del marinaio che si butta nell’acqua, e nuota un pochettino sotto i vostri occhi. Così quando è sott’acqua, come quando ne esce fuori, il nuotatore vi offre la grata illusione di un pesce rivestito di scaglie d’argento.
— Vedete! — esclamò miss Madge, osservando il palombaro, che si era buttato in acqua per lei. — Poc’anzi lo abbiamo veduto color di rame, dalla marina di Capri alla Grotta; qua dentro era d’acciaio brunito; ora è d’argento. Pare un Dio marino.
— E voi, miss?... — mormorò il conte Massimo. — E voi, con quei capegli d’oro, e con quella figura dolcemente azzurrina, sembrate una Dea del mare, la più bella tra le figliuole di Nettuno; se non forse Venere istessa, quando apparve la prima volta dalle spume dell’Oceano. —