Vi fo grazia della risposta di miss Madge (una risposta che oramai conoscete), e vorrei tenere per me il suo divino sorriso. Ho sempre amato un bel sorriso, anche quando l’anima non era bella egualmente. Qui poi non è il caso di far distinzioni, poichè niente ci offre argomento a credere che l’anima di miss Madge non fosse bella come la sua bocca.
Mister Montgomery Lockwood vedeva l’argento nell’acqua, e sebbene non si trattasse che di una immagine, di un riflesso ingannatore, possiamo dire che fosse nel suo proprio elemento. Il marchese Gerolifi faceva da Cicerone, ed essendo napoletano, da Cicerone «pro domo sua»; anch’egli, adunque, si ritrovava nel proprio. Don Memmo Savelli era calmo; fu calmo, impassibile, per tutta quella giornata di Capri. Non maravigliarsi di nulla, era questo il suo programma. Infine, non era egli romano? E non si poteva supporre, pensando all’antichità della sua stirpe, che uno de’ suoi maggiori fosse vissuto a Capri, fin dai tempi dell’imperatore Tiberio?
— Sono molto contento di Capri; — disse il signor Lockwood, ritornando quella sera a Napoli.
Frattanto, perchè il sabato era stato dedicato all’isola di Capri, Massimo non potè colorire il suo disegno di parlare a quattr’occhi col signor Lockwood. La domenica, poi, fu destinata ad un’altra corsa fuor di città. Si andava a Pozzuoli, per vedere il suo magnifico anfiteatro e il tempio di Serapide, con le sue colonne bucate dai molluschi litofagi, di cui è fatta menzione in tutti i trattati di geologia per le scuole.
Don Memmo fu ancora della brigata: con che gusto per Massimo, lascio immaginare a voi. Ah perchè il Savelli non era anche lui cavaliere di Malta? Il conte di Riva, per verità, pensava spesso all’avversione di Memmo per lo stato matrimoniale, e ricordava volentieri la frase di lui: «i Savelli finiranno con me». Ma questi conforti non gli bastavano ancora: un cavalierato di Malta per quell’inevitabile amico gli avrebbe fatto più comodo.
L’albergo della «Bella Venezia», dov’erano andati a pranzo, diede occasione di un mezzo trionfo e di un gran dispiacere al conte di Riva. Mistress Eliza aveva notato, prendendo argomento dal nome dell’albergo, che ancora non erano stati a vedere la città delle lagune.
— Come, signora? — esclamò il Gerolifi. — Avete veduto Torino, Genova, Milano, nell’Italia superiore, e non siete giunti a Venezia?
— No, siamo invece discesi nella Toscana, per veder Pisa e Firenze. L’itinerario è stato fatto da mio marito.
— «Seigneur et maitre»! — ripigliò il Gerofili, sorridendo. — Ma io già capisco che sir Montgomery, dopo aver veduto Palermo, vorrà risalire per la spiaggia Adriatica fino a Ravenna e Bologna. Di là, veduta Ferrara e il suo maraviglioso castello, proseguirete per Padova e Venezia. Là, poi, signore mie, avrete un ottimo cicerone, la perla dei ciceroni, nel nostro buon amico, il conte di Riva. —
Quella era una gran cortesia del marchese Gerolifi, che con poche parole buttate là a caso, offriva al conte Massimo un eccellente appiglio per fare accanto a miss Madge tutto il giro d’Italia. Massimo ringraziò il cavaliere di Malta con una occhiata amorevole. E subito, cogliendo la palla al balzo, fece di Venezia una pittura stupenda. Venezia non era men bella di Roma e di Napoli; era una bellezza d’altro genere, circondata dalle acque, vera perla del mare. Quei miracoli di architettura che nel mezzogiorno d’Italia si vedevano in tanta parte distrutti, erano rinnovati e freschi a Venezia. L’arte bizantina non si vedeva in piedi che là, nella basilica di San Marco; l’arte gotica e quella del Risorgimento offrivano i loro più graziosi esemplari nei palazzi del Canal Grande, sulla riva degli Schiavoni, sulla piazza monumentale di San Marco, sulla famosa piazzetta. Il palazzo dei dogi, da solo, era un mondo di maraviglie. E qui molto Byron, per dar colore al discorso. Non ignorate che il conte di Riva, dopo aver fatta la conoscenza di miss Madge, si era dato a rileggere tutte le opere di lord Byron, l’autore prediletto della bionda americana.