Miss Madge ascoltava con molta compiacenza, gustava gli accenni veneziani del poeta, attraverso le descrizioni del prosatore.

— Ah! — mormorò ella, levando i suoi begli occhi al cielo. — Vedrei volentieri Venezia!

— E ci andremo, figlia mia, ci andremo; — disse il signor Lockwood, con accento di promessa solenne. — Dovreste venire anche voi, signori miei; — soggiunse egli, volgendosi al Gerolifi e al Savelli. — Questa sarebbe una scappata per voi, e un gran piacere per me. —

Il marchese di Monte Carmelo non poteva allontanarsi da Napoli, ed espresse con molto garbo il rammarico che sentiva, di non poter accettare una proposta così bella, così onorevole, così degna dei più caldi aggettivi. Don Memmo Savelli era più calmo e più sobrio nell’espressione dei suoi sentimenti. Egli rispose brevemente:

— Perchè no? In vostra compagnia, caro amico, si può fare anche questo. —

Qui il conte di Riva s’inquietò per davvero.

— Ma che gli salta in testa? — pensò. — Di seguirci dappertutto? Sarò io condannato a vedermelo tra’ piedi per tutta l’eternità? —

Ah no, conte Massimo! non per tutta l’eternità. In queste cose le grandi parole non servono. O giù l’uno, o giù l’altro: resta nella posizione chi ha vinto, e l’eternità non ci ha nulla a vedere.

Ma intendiamoci bene: queste cose il conte Massimo le intendeva, senza mestieri delle nostre osservazioni critiche. La sua esclamazione interiore, con tutta quella forma iperbolica, non esprimeva altro che un gran timore di dover lasciare a Don Memmo Savelli il benefizio della eternità sullodata. Gli accresceva il timore quella medesima calma olimpica del principe romano; gli schiudeva orizzonti paurosi quel «caro amico» che egli non s’era mai arrischiato di dire a mister Lockwood, e che Don Memmo Savelli aveva messo fuori con tanta prontezza, con tanta facilità di discorso familiare. Caro amico! che si fa celia? Bisogna esser molto sicuri del fatto suo, per chiamare in tal forma il padre di una bella ragazza, il possessore di una miniera d’argento.

— Tutto ciò non va bene; — diss’egli ancora tra sè. — Ho veramente indugiato troppo a parlare. Ma, Dio santo, chi poteva prevedere queste noie? Ci metteremo buon ordine. Oh, se ce lo metteremo! Il signor Savelli mi dirà donde ha preso questo «caro amico» e il diritto di servirsene. —