Miss Madge, per altro, non era niente mutata con lui. Quel giorno, fosse il pensiero di Venezia, o la poesia di lord Byron, Massimo trionfava ancora con lei, ne otteneva qualche frase gentile, oltre il solito avverbio. Don Memmo, poi, non aveva punto l’aria di contendergli la compagnia nè la conversazione della fanciulla. Andava sempre col vecchio, e lasciava a lui la sua bella figliuola. Non a lui solo, veramente! non a lui solo, poichè c’era anche la mamma, e non mancava, tratto tratto, l’accompagnatura del cavaliere di Malta.

Curiosa brigata, del resto! Quella bionda fanciulla, decorata di quel babbo e d’una miniera d’argento, si trascinava dietro, satelliti costanti, un conte, un marchese, un principe. Vedute da vicino, sembrano cose da nulla; ad una certa distanza, e ragionandoci su, fanno senso. Se verbigrazia quei tre signori avessero portate in capo le rispettive corone dei loro biglietti di visita, ci sarebbe stato da filosofare, e da ridere, filosofando, a vedere quei tre satelliti coronati, che descrivevano la loro orbita intorno ad una bella massa d’argento.

XIII. Come fu? come non fu?

La notte che seguì alla gita di Pozzuoli, il conte Massimo non potè chiuder occhio. Era fortemente irritato contro il mondo e contro sè stesso. Voleva escire ad ogni costo da quello stato d’incertezza in cui era vissuto fino a quel giorno; cercava le vie, senza trovarne una buona; mulinava cento disegni, uno più strambo dell’altro. Ora chiedeva un abboccamento a sir Montgomery, e tremava di averlo chiesto; ora aveva un dialogo con miss Madge, da cui non poteva cavar altro che un dolcissimo ma oscurissimo avverbio. Ritornava al babbo di lei, e ne aveva molte dichiarazioni d’amicizia, ma tanti se, tanti ma, che avrebbero levato di speranza il più ostinato dei postulanti. Ah, egli la intendeva bene la ragione di tutti quei se, di tutti quei ma, del signor Montgomery Lockwood. Era una ragione araldica! Il conte di Riva non gli pareva abbastanza alto nella gerarchia del patriziato italiano, per ottenere la mano della figlia d’un minatore americano. Con mistress Eliza il conte Massimo era più fortunato. Brava donna, quella signora Lockwood; ma un’oca, Dei immortali, e non avrebbe salvato Massimo, come le sue sorelle del vecchio Mondo avevano salvato una volta il Campidoglio. Mistress Eliza poteva poco sull’animo duro del minatore. Da giovane, forse, era stata bella, e amata, per conseguenza, ed ascoltata; ma per allora, diventata una giraffa.... Badate, o lettori, non le invento io, tante bestie; è il signor Massimo, nella sua notte tormentosa. Vedeva tutto nero, il signor conte di Riva, tutto nero! e sotto quel cielo di Napoli, così sereno e bianco nelle sue notti divine! Ma forse il cielo di Napoli non ha mai avuti e non avrà mai i sopraccapi del signor conte di Riva. È alto, prima di tutto, così alto, che nessuna gerarchia umana può offenderlo; inoltre, le bellezze sovrane non ha avuto da cercarle, perchè son giunte a lui, desiderose de’ suoi sorrisi immortali, da Clodia Metella ad Emma Liona. Massimo di Riva non era per verità in una condizione così bella, per essere egualmente sereno. E come mai era venuto a mettersi in tante difficoltà? Perchè non aveva colto il primo momento, l’unico buono, per parlare ed essere ascoltato, quando i suoi dolci americani gli avevano detto: venite a Napoli con noi?

A giorno chiaro, il conte Massimo rise un pochino dei suoi timori della notte. Ma il suo era un riso superficiale, e sentiva di convulso. Quella doveva essere la sua grande giornata. Non era necessario farsi coraggio, molto coraggio, per attaccare quel benedetto discorso con mister Lockwood? Proprio uno dei tanti discorsi che aveva abbozzati nella notte, e che gli erano riesciti tutti così male! Perdio! male o bene che dovessero riescire, non si doveva indugiare dell’altro. Voleva parlare, voleva averne l’intiero. Avrebbe lasciato andar le dame col marchese Gerolifi; magari con Memmo Savelli; ma avrebbe dato battaglia a sir Montgomery; e battaglia campale.

Si vestì, e andò fuori a prender aria. Per far ora, e per dare un pochino di elasticità alle sue fibre, entrò all’Haman, novità balnearia parigina, da poco tempo introdotta anche a Napoli. Ma le sudate del «Laconicum» e il tragitto a nuoto nella gran vasca d’acqua fredda non valsero a calmarlo: gli accrebbero in quella vece la tensione dei nervi.

Riprese la via del Chiatamone e del Giardino d’Inverno, passò davanti all’Albergo, senza pure alzar gli occhi, e proseguì verso la Riviera di Chiaia, andando a fermarsi davanti al portone di una casa elegante, ridotta ad albergo, ma senza insegna, e gradito ritrovo di gran signori in viaggio, che amano avere il loro bel quartierino, senza l’apparato e le seccature della vita d’albergo.

— È in casa il principe Savelli? — domandò Massimo al portiere gallonato, che era escito dalla sua loggia per fargli riverenza.

— Sì; — disse il portiere; — ha preso ora il suo caffè. Ma non riceve ancora.

— Fategli passare questo biglietto e vedrete che mi riceverà; — disse Massimo allora. — In caso diverso, mi farà sapere a che ora potrò ritornare. —