L’asseveranza del visitatore vinse la ritrosìa del portinaio. La corona di conte e lo stemma, veduti sul biglietto di visita, lo fecero correre. Pochi minuti dopo egli discendeva le scale, dicendo a Massimo:
— Eccellenza, degnatevi di salire. Il signor principe vi aspetta. —
Don Memmo si degnava anche lui, venendo sul pianerottolo per fare accoglienza all’amico.
— Oh, che fortuna! — esclamò, mentre stendeva la mano.
Si accorse allora che Massimo era molto serio, e la mano distesa per offrirsi descrisse un giro sapiente nell’aria, come per indicare la strada. Don Memmo frattanto sorrideva, ma d’un sorriso interrogativo. Sapete pure che c’è anche questa forma di sorriso, tra i molti della buona società, che debbono naturalmente servire ad ogni maniera di casi.
— Don Memmo, — incominciò Massimo, appena fu entrato, — vorrei avere un colloquio, e piuttosto lungo, con voi. —
L’esordio fece senso a Don Memmo. I due amici si davano ordinariamente del tu. E il conte di Riva passava di schianto a dargli del voi! Novità, dunque, e novità di mal augurio. Ma niente paura, il principe Savelli si strinse nelle spalle, ed accettò quella variante, senza discuterla.
— Vi ascolterò; — diss’egli. — Ma voi mi sembrate molto inquieto, stamane.
— Or ora ne udrete la ragione; — replicò il conte di Riva.
— Sedete, ad ogni modo; — ripigliò il Savelli. — Sedete, prima di tutto. Si può sedere, anche dandosi del voi.