— Il voi, — rispose Massimo, — è la forma di discorso che si conviene ancora ad un certo grado di conoscenza, ed anche, se volete, d’intimità. Il tu non è che dell’amicizia, e della fede scambievole. Posso io aver fede in voi, Savelli? Non fate voi la corte a miss Lockwood?
— No; — rispose pronto il Savelli.
— Veramente no? — disse il conte di Riva. — Potreste giurarmelo? —
Il Savelli aggrottò le ciglia, e stette alquanto sopra di sè, guardando il suo interlocutore.
— Ah, sentite, signor conte; — riprese egli poscia, con accento severo. — Vi ho detto di no, perchè non è vero, e non ho potuto resistere al primo sentimento, che fu quello di respingere un vostro erroneo giudizio. Avrei dovuto custodir meglio la mia dignità, rispondendovi.... che non rispondo. Ma basti di ciò: attribuite il mio no alla schiettezza naturale dell’animo, ed anche ad un resto d’amicizia, di intimità, di consuetudine, di tutto quel che vorrete. Ed ora ditemi voi: con che diritto mi fate certe domande? —
Massimo rimase un istante perplesso.
— Vi ho per un gentiluomo.... — diss’egli.
— Lo sono, e me ne vanto; — rispose Don Memmo.
— Io dunque vi credo; — soggiunse Massimo. — Ma che debbo io pensare di ciò che avviene? Amo miss Lockwood; per lei son fuggito da Roma.... ho dimenticato ogni cosa....
— E non fu bene; — osservò freddamente il Savelli.