— Perchè?
— Il perchè lo sapete; lo sentite voi stesso, poichè riconoscete di esser fuggito. Vi si faceva il più felice degli uomini.
— E non era vero; — gridò il conte di Riva.
— Me ne accorgo ora; — riprese Don Memmo. — Perchè, infatti, la dama.... di cui non dirò il nome nè il titolo, è di quelle che si amano per tutta la vita; poichè esse, come son fatte per ispirar l’amore più forte, comandano ancora il rispetto più grande a chi le avvicina. Comunque, vi si credeva un uomo felice. Nessuno ha turbata la vostra felicità. E ce n’erano, ne converrete con me, ce n’erano moltissimi che avrebbero potuto invidiarvela, molti che avrebbero potuto contendervi il posto. Non lo hanno fatto, e voi avete creduto che fosse per timore. Troppa sicurezza, conte!... Lasciatemi dire tutto quello che penso, come lo dite voi: troppa sicurezza era la vostra. Ed ora v’è piaciuto di cambiare. Non eravate il felice che tutti credevano, ed io non insisterò su questo punto, poichè la vostra lealtà e il fatto istesso lo dimostrano. Eravate in quella vece innamorato della signorina Lockwood. Anche questo è dimostrato dalla vostra confessione leale. Ma ditemi: con quali speranze?
— Perchè mi domandate ciò? Con quale diritto? — gridò Massimo, che era stato già troppo ad udire la predica.
Il Savelli sorrise, vedendo che il cavaliere, sceso in giostra con lui, perdeva le staffe.
— Non ho nessun diritto, in verità! — diss’egli, continuando a sorridere. — Non lo avevate neppur voi, a farmi una domanda consimile. Riconosciamo sinceramente di essere due matti.
— E sia! — rispose Massimo. — Ma io.... sono un matto furioso.
— Voglio sperare che non lo sarete con me; — replicò tranquillamente il Savelli. — Se parlate da amico, e solamente da amico, ci sarà modo d’intenderci. Altrimenti, no. —
Il conte di Riva stette pensoso un istante, considerando il pro ed il contro dell’alternativa di Don Memmo. Poi, ravveduto a mezzo, gli disse: