— Ah sì? — balbettò Almerico, tanto per dire qualche cosa, ma non mostrando nessun desiderio di saperne di più.
— Certo — riprese il Buonsanti. — E se non fosse per mormorare....
— Mormorate, cavaliere! — disse la marchesa Flora; — mormorate, voi che mormorate così bene.
— Direi, — continuò allora il Buonsanti, inchinandosi al complimento, e al ricordo delle «Mille e una notte», — che la causa degli sdegni non è molto lontana di qui. Conosco i miei polli, io, e so che sono d’oro.
— Ah, questa poi, vi riesce male! — osservò la marchesa. — Ai vostri polli ci cresce un’elle, e l’oro va mandato al plurale. —
Almerico, prudentissimo uomo, finse di non badare al modo in cui il nome della Polidori era messo in ballo da quei due. Veramente quel nome ricorreva spesso nelle conversazioni, e la marchesa Flora e il commendatore Buonsanti non facevano nulla di nuovo. Era noto a tutta Roma che la bella Didina, finito un romanzetto col marchese Sernicoli, ne aveva imbastito un altro col duca Savelli, e si sospettava, senza aver mai potuto venir in chiaro del perchè e del come, che un duello del Savelli, con un amico della famiglia Polidori, fosse stato cagionato da lei. Il Riccoboni era succeduto al Savelli, nelle grazie della capricciosa signora: niente di più naturale che tra lui e il Savelli non ci fosse rimasto buon sangue. Perciò, udito d’un alterco tra i due, si era subito ripetuto il famoso «cherchez la femme», oramai diventato più fastidioso del mal di stomaco.
Il primo atto era finito, e subito dopo capitò a far visita Nino Mattei.
— Tu giungi a tempo, — gli disse il Buonsanti. — Si vogliono molte notizie da te.
— Eccomi qua: il Ministero ha i giorni contati....
— Che, che! Lasciami stare il Ministero. Vogliamo sapere chi sono quelle signore, a sinistra, tre palchi più avanti: una, la più vecchia, vestita di colore azzurro marino, e la più giovane di bianco.