— Capisco; — disse il conte Massimo. — Infatti se ne lagnava un poco, mentre salivamo all’Anfiteatro. Speriamo che qualche ora di riposo le giovi. E voi, miss, niente stanca? Sempre forte ed alacre come Diana.... a cui somigliate tanto!

— Veramente? Avete conosciuto Diana?

— Sì, come è stata raffigurata dai grandi scultori di Grecia. Sapete, signorina, che per dare un’immagine alle loro divinità, gli artisti greci andavano a cercare le più perfette creature.

— Benissimo! — esclamò miss Madge, ridendo. — Venite a sentire questi cantatori. Mi diverto tanto anche senza capirli. Voi mi direte che cos’è questa povera Cicuzza.

— Cicuzza! — chiamò il conte Massimo. — Ah sì, è il titolo d’una canzoncina popolare. Una scioccheria, veramente. Si racconta la storia di una fanciulla che è stata presa dai Turchi, perchè si lasciò cogliere a passeggio lungo la spiaggia del mare. —

Frattanto, i suonatori ambulanti, vedendo la giovane coppia che si era affacciata alla finestra, riprendevano lena, uno con la chitarra, l’altro col suo passagallo e con la voce, attaccando non so bene se l’ultima o la penultima strofa della canzone. Qualunque fosse, il ritornello era sempre il medesimo:

E come fu? come non fu?

Povera figlia, contalo tu.

Quel ritornello, già tanto ameno nelle parole, annegava nella sua onda melodicamente canzonatoria ogni tristezza di racconto; e miss Madge rideva, e col suo accento anglo-sassone si provava a ripeterlo, canterellando sottovoce.

Il conte di Riva gittò uno scudo d’argento al suonatore, che gli diede dell’Eccellenza e del principe a tutto spiano.