— È triste; — riprese il conte Massimo. — Ma potrò almeno confidarlo a vostro padre? Mi date licenza di far ciò? —
La fanciulla rimase un istante perplessa.
— Per darvi licenza, — rispose poscia, — dovrei conoscere questo segreto. E siccome non posso saper nulla.... —
Qui, senza finire la frase, miss Madge si riaffacciò alla finestra, sperando di potere con quell’atto troncare egualmente il discorso.
— Siete molto severa, stamane! — mormorò Massimo, offeso e contristato da quella durezza.
— Son quella di tutti i giorni, — rispose miss Madge, non voltandosi che a mezzo.
— No, permettetemi di dirlo; — replicò il giovanotto; — eravate più buona con me, nel tempo passato. A Roma, per esempio!... Napoli vi ha cambiata, miss Madge!
— Questo non è bello nè per Napoli, nè per me; — disse miss Madge. — Voi mi fate pensare che a Roma io abbia potuto parere un’altra da quella che credo di essere sempre stata. Signor conte, vi prego!... Voi non siete buono, quest’oggi.
— Ah, io? io non sono buono? Non siete voi, che vi siete mutata? — mormorò Massimo, con accento d’amarezza. — Ma come fu, ve lo domando con le stesse parole che poc’anzi vi piacevano tanto sulle labbra d’un povero cantastorie, come fu che il vostro amico devoto, il vostro servo obbediente, ha perduta la vostra grazia? —
Il conte di Riva credeva di averla intenerita, o almeno almeno di averla disarmata, con quell’accenno alla canzone di piazza. Ma niente gli valse.