Il ragionamento andava, non faceva una grinza. Poteva esser falso, poteva esser vero; l’essenziale era di assicurarsene, tenendo la via più diritta, per rintracciare la verità. Ora, la via più diritta era quella del Chiatamone, che, seguitando per Santa Lucia e per la salita del Gigante, riesciva alla piazza del Plebiscito e al caffè di Palazzo Reale.
XIV. Il resto del carlino.
Mister Montgomery era là, seduto al suo solito posto, col suo gran sigaro ai denti, il suo bicchier di birra daccanto e il suo arcipelago intorno: un arcipelago che non impediva ai venditori ambulanti di accostarsegli tratto tratto, per offrirgli la loro mercanzia, scatole di cartone, incrostate di nicchi marini, orecchini di lava del Vesuvio, corni di corallo contro la jettatura, libriccini di amena e scorretta letteratura, nè ai piccoli lustrascarpe di presentargli la cassetta, accompagnando l’atto col loro piangoloso: «Eccellenza, vulìte?»
— Oh, caro amico, siete voi? — gridò il signor Lockwood, alla vista del conte. — Posso offrirvi qualche cosa?
— No, grazie, sir Montgomery; non prenderei nulla; — rispose Massimo; — ho la bocca amara.
— Un bicchierino di ginepro, allora; — ripigliò il signor Lockwood. — È indicatissimo.
— Grazie, non mi sento di bere.
— Voi avete dormito male, caro amico! Siete anche molto pallido.
— È vero, ho dormito malissimo; — replicò Massimo. — E mi pare che dovrei farvi un certo discorso, per rimettermi un poco.
— Un discorso, a me? Fatelo subito.