— Voi non mi giudicherete un impertinente, poi?
— Come? che c’entra l’impertinenza? Spero bene che non vorrete offendermi; — disse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad un sorriso di caimano.
— Che dite, sir Montgomery? Per quanto riguarda le mie intenzioni, la cosa è impossibile affatto. Ho un gran rispetto per voi e per tutta la vostra cara famiglia. Solamente questo rispetto mi aveva trattenuto fin qui dal parlarvi di cosa che a me preme assai, ma che potrebbe non premere a voi nè punto nè poco.
— Fate conto che possa premermi, — rispose il signor Lockwood, — e parlate.
— Ma.... — disse il conte, perplesso. — Questo, in verità, non sarebbe il luogo più adatto. Siamo in mezzo a due usci.
— Verissimo; andiamo dunque al largo. Si potrà bene discorrere passeggiando?
— Certo, — replicò Massimo, — ed io vi ringrazio, sir Montgomery, dell’incomodo che vi prendete per me.
— Oh, niente, niente! — esclamò il signor Lockwood, sciogliendo l’intreccio delle due grandi seste che servivano molto bene alla sua locomozione, ma che spesso impacciavano i suoi riposi. — È anche bene di muovere un poco le gambe. La gran piazza del Plebiscito è fatta a posta per questo esercizio. Non vi darà noia il sole? —
La domanda non era fuori di luogo. A quell’ora la piazza del Plebiscito era tutta inondata di luce, un vero lago di sole.
— Non importa: suderemo; — rispose Massimo, sforzandosi di sorridere. — Purchè la cosa non dispiaccia a voi! Io, del resto, ho già un sudor freddo alla fronte, dovendo parlarvi di ciò che mi preme. E per cominciar subito, vi rammenterò un discorso che mi avete fatto a Roma, con la vostra solita bontà. Mi diceste allora, in un salotto dell’albergo del Quirinale, alla presenza delle vostre gentili signore: conte, volete venire a Napoli con noi?