— È dolorosa! — gridò Massimo. — Uno strano timore mi aveva trattenuto finora. Ah, sir Montgomery! io non saprò darmene pace.
— No, caro amico, dovete darvene pace. È poi vero che se foste giunto prima la cosa sarebbe andata secondo il vostro desiderio? Non abbiate rimorsi; io voglio essere schietto con voi. Capirete, mio caro, che tanti milioni.... non li ho veramente fatti io; li ha fatti la fortuna, che mi ha messo sulla strada di una miniera. Non ero ricchissimo; anzi, per un minatore, per un armatore di laggiù, potevo dirmi povero, quando sono entrato nell’impresa. La miniera, dopo aver dato grandi speranze agli azionisti, non le giustificò. Erano tutti disanimati; si parlava già di smettere un lavoro che assorbiva tante migliaia di dollari ad ognuno di noi. Solo fra tutti ebbi fede, o cedetti ad un capriccio, dategli quel nome che volete. Comprai sottomano tutte le azioni, e quando le ebbi comprate mi ritrovai povero, più povero di Giobbe. Cattivi giorni furono quelli, cattivi giorni, mio caro. Vorrei avervi veduto ne’ miei panni, allora. Vi giuro io che avreste dato della testa nei muri.
— Perchè, poi? — disse Massimo. — Avevate pure una speranza, tentando quel colpo.
— L’avevo, sicuramente, o piuttosto diciamo che non mi ero disanimato come i miei soci. Ma quando mi vidi solo, incominciai a tremare. Per me, esser povero, dover ricominciare la mia vita, non sarebbe stato nulla. Ma pensavo a mia moglie, che avrebbe dovuto adattarsi ad uno stato più umile; pensavo alla mia figliuola, che non avrei potuta mettere in un conservatorio, nè provvedere di maestri in casa. Ebbene, mentre io ero in quelle angustie, e andavo innanzi nei lavori, indebitandomi fino agli occhi, si scoperse il filone, il ricco filone che si credeva smarrito. Un atto di follìa, caro amico, è stato il principio della mia fortuna. Perciò, non mi credo autore di questa; mi tengo solamente per il suo depositario. Anche questa sarà una debolezza; ma io, vedete, non credo nel denaro; credo invece, e molto, nella nobiltà, nei titoli della storia. Questi milioni che vengono a me, ho detto fin d’allora, debbono servire per associare il mio ad un gran nome del vecchio Mondo.
— Poveri gran nomi! — esclamò Massimo, con accento che pareva di commiserazione, ed era di dispetto.
— Poveri gran nomi! Voi dite benissimo; — riprese il signor Lockwood. — E perciò bisogna arricchirli. I più vecchi sono appunto in Italia. La nobiltà inglese non può entrare in paragone con l’italiana. I nomi più antichi d’Inghilterra fanno molto se risalgono alla terza Crociata. In Francia, i nomi più sonori son più moderni; la maggior parte son debitori del loro lustro alla corte di Luigi XIV. Germania ed Austria non hanno nomi più antichi, o li hanno in condizioni molto oscure di piccola nobiltà provinciale. L’Italia, che ha avuto storia prima di tutte le altre nazioni d’Europa, ha essa i nomi più vecchi. Roma, Venezia e Genova (questo me lo avete detto voi) dànno i nomi più vecchi d’Italia. Ma a Genova e a Venezia, che furono repubbliche, i grandi nomi sono rimasti decorati di titoli gerarchicamente inferiori, mentre Roma non ha avuto che da lasciar fare i suoi papi, per accrescerne il lustro e l’importanza. Tutti i sovrani dell’Europa hanno fatto a gara per dar diplomi, titoli e privilegi alla nobiltà che circondava il soglio pontificio. Sia dunque Roma, ho detto fra me, sia Roma l’erede dei milioni di casa Lockwood. Una modesta ambizione! — soggiunse mister Montgomery, chinando la testa ed allargando le braccia in atto di grande umiltà. — L’unica che fosse permessa ad un uomo senza figli maschi. Se avessi avuto un figliuol maschio, caro mio, ne avrei fatto.... un minatore, come me. Non ho avuto che una figlia: ne faccio una principessa romana.
— E siete venuto a Napoli?
— Per viaggiare, amico mio, per vedere. Non andrò ancora a Palermo? Non andrò a Venezia? Una cosa non ha da far nulla con l’altra. La mia scelta, per quanto riguarda il collocamento di mia figlia, è già fatta.
— Ma per intanto l’avete fatta a Napoli; — ribattè Massimo. — Ed ero io che dovevo presentarvi il principe romano! —
Mister Montgomery stette muto un istante e come chiuso in sè medesimo. Sicuramente egli, con tutta la sua abbondanza di parole, meditava molto quel che fosse da dire, e ancor più quel che fosse da tacere.