— Vi consiglierei di cercarvene un altro; — rispose Massimo, stizzito. — Già troppo tempo ho perduto in viaggi.

— Quand’è così, fate il comodo vostro; — disse il signor Lockwood. — A me, caro amico, avete fatto perdere un buon bicchiere di birra.

— Ritornate al vostro tavolino, signor Montgomery: io ho finito di darvi noia, e vi saluto.

— Ancor io, conte, ancor io. Ma badate! Son della patria di Barnum. Se mi fate qualche ragazzata col principe Savelli, io faccio uno scandalo europeo.

— No, non dubitate: ve lo lascerò intatto, il vostro principe. Con lui avremo sempre tempo a ritrovarci. —

Ciò detto, il conte di Riva si allontanò, senza aspettare altre gentilezze dal suo caimano, dal suo alligatore, dal suo coccodrillo.

— Ed io, sciocco, tre volte sciocco, ho potuto vivere un mese nella compagnia di quel villanaccio! — diceva tra sè il conte Massimo. — Ed è miss Madge figliuola a costui? Ebbene, che c’è egli di strano? Perchè non dovrebb’essere sua figlia? Non c’è ancora una rassomiglianza esteriore, ma verrà con gli anni, oh se verrà! Di dentro è già come lui: la medesima ambizione sfrenata dei nuovi ricchi, la medesima durezza orgogliosa! Ah, il magnifico premio che ho ricevuto stamane di un amore come il mio. Soffrite per le donne, amatele, servitele, e vedrete quello che vi toccherà in contraccambio! —

Molte altre cose pensò il conte di Riva, egualmente giuste, egualmente assennate, mentre se ne andava sbuffando, sotto quella sferza di sole. Non voltò già dalla parte del Gigante, per ritornare all’albergo; andò verso il largo di San Ferdinando, e di là verso la strada di Chiaia. Oltre la piazza dei Martiri gli appariva in lontananza il verde della Villa Nazionale; ma egli tirò di lungo per Vico Freddo: il meglio che potesse fare, con le vampe al cervello. Ma là, in fondo al Vico Freddo, ove si sbocca sulla Riviera, il conte Massimo doveva imbattersi ancora ne’ suoi cantastorie, per sentire il maledetto ritornello:

E come fu? come non fu?

Povera figlia, contalo tu.