Che cosa gli restava di fare? Le valigie per andarsene da Napoli. Sì, andarsene, e al più presto possibile; ed anche senza vedere le dame. Una letterina di congedo, almeno, per salvar le apparenze? Il negozio urgente, la chiamata d’uno zio ammalato, od altro di somigliante, poteva sempre fornire il pretesto d’una fuga. Ma a che pro, quello spreco d’inchiostro? Non era anche una inutile menzogna? Se la sera innanzi i Lockwood avevano tenuto consiglio di famiglia, niente di più naturale che avessero parlato anche di lui, dei disegni suoi, di ciò che era e di ciò che rappresentava, al paragone di un Savelli e d’altri partiti possibili. Lo avevano discusso, sicuramente, e lo avevano scartato. Mandarli al diavolo, e senza commendatizie, era la cosa più spicciativa. A buon conto, li mandava tutti, padre, moglie e figliuola, dove avevano mandato lui senza aver l’aria di dirglielo.

Frattanto, proseguiva la sua strada. Dove andava egli? Se ne avvide, il conte Massimo, quando fu davanti alla pensione dov’era stato quella mattina medesima.

— E ora, — pensò egli, — che ci vado a fare? Ho io risoluto che cosa gli dirò? —

Veduta la necessità di pensarci, tirò via, attraversò la strada ed entrò nella Villa Nazionale, dove tanti grand’uomini potevano dargli, con l’esempio della loro freddezza marmorea, il consiglio di mastro Raffaele. Quattrocento o cinquecent’anni prima, nel cuore del medio evo, la vista del simulacro di Virgilio Marone avrebbe potuto ispirargli il pensiero di consultare gli oracoli, aprendo a caso l’«Eneide» e leggendo il primo verso che gli fosse capitato sott’occhio. Ma ai tempi nostri queste cose non si usano più; si pensa, si medita, si risolve da sè, quantunque non si faccia niente di meglio. E là, passeggiando presso il tempietto del buon Virgilio, pensò, meditò, desideroso di risolversi. La voglia di leticare col Savelli non era poca; ma due pensieri dovevano trattenerlo. In primo luogo il terribile americano avrebbe fatto la pubblicità che prometteva, nello stile del Barnum, e la cosa si sarebbe risaputa subito a Roma, facendo rider di gusto qualche persona, in un certo palazzo, qualche persona di cui egli non aveva considerati i pianti, ma di cui temeva molto le risa. No, no, niente scandali, niente quistioni personali col Savelli. Poi, bisognava osservare un’altra cosa. Don Memmo si era dimostrato un falso amico; ma aveva almeno rispettate le forme della convenienza sociale. Siamo così fatti, nella civil compagnia. Si salvi la convenienza, si rispetti la forma, e tutto è lecito, di niente è permesso lagnarsi.

Ma se per allora non era da far nulla di grave, restava ancora la necessità di vedere Don Memmo. Andarsene senza dirgli una parola, dopo il patto di quella mattina, non era da buon cavaliere, e poteva anche sembrare da troppo timido uomo. Fatto adunque il suo proposito, il conte di Riva si mosse dalla Villa, per andare alla pensione dove alloggiava Don Memmo.

Il portiere lo riconobbe tosto.

— Vuol salire dal principe? — gli disse. — È in casa; poco fa c’è andato un vecchio signore a trovarlo.

— Ah! — esclamò il conte Massimo. — Un signore alto, dalle spalle quadre, con una barbetta rossigna, già brizzolata e tagliata a ghirlanda sotto il mento?

— Sì, Eccellenza, e dev’essere un inglese.

— Un inglese... d’America; — disse Massimo, in quella che metteva mano al suo portafoglio.