— Sarà come dice Vostra Eccellenza; — ripigliò il portiere. — Se vuol degnarsi di salire....
— No, non occorre; — rispose Massimo. — Gli porterai il mio biglietto di visita, con due righe di scritto. —
Preso frattanto la matita, vergò sul biglietto queste poche parole:
«Don Memmo Savelli!
«Vi sciolgo da ogni impegno con me. Avete più polvere; sparate liberamente. Buona caccia nelle tenute di Lockwood!»
E firmò, dopo avere scritta la sua piccola impertinenza; quindi consegnò il biglietto al portiere, che lo recò subito al principe Savelli.
— Ora, se vai in collera tu, tanto meglio; — borbottò il conte Massimo, riprendendo la sua via.
Don Memmo ricevette il messaggio, mentre stava a colloquio col signor Lockwood, suo grande amico e futuro suocero. Tra quei due, come vedete, si faceva tutto alla svelta. A giustificazione di mister Montgomery si può dire che un principe, da farne un genero, non si trova ad ogni cantonata. A giustificazione di Don Memmo va soggiunto che una miniera d’argento nativo ha i suoi pregi, anche per uno che fosse partigiano del monometallismo. Il Savelli, del resto, non si guastava il sangue con queste malinconie economiche. Per lui, in materia di moneta, i metalli erano quattro: rame, argento, oro, e biglietti di banca.
Ritorniamo alla piccola impertinenza di Massimo. Il Savelli la sentì male e fu per andare in collera davvero. Certe volgarità si possono dire, ma consegnate alla carta dispiacciono. Che polvere! che sparare! Aveva egli, principe Savelli, bisogno della licenza del conte di Riva, e d’una licenza buttata giù con quella dimestichezza sprezzante, per chieder la mano di miss Madge?
Il signor Lockwood era corso dal suo grande amico Savelli, immaginando che Massimo avrebbe fatto qualche ragazzata. E vedendo giungere quel biglietto che dava tanto sui nervi al Savelli, intese facilmente che il biglietto era di Massimo. Anch’egli lesse ciò che il conte di Riva aveva scritto, poichè Don Memmo non voleva nascondergli nulla.