— Caro amico, — gli disse allora, — calmatevi. Io temevo di peggio. Ci siamo liberati ambedue. Quello che voi volevate fare, andando da lui, non fu più necessario, perchè egli è venuto da voi. Poc’anzi, passando all’albergo, ho saputo che il giovanotto era stato anche da mia figlia, che lo ha trattato secondo i suoi meriti. Dopo quelle due conversazioni è ancora venuto da me, a prendere, come dite voi altri, il resto del carlino. È battuto, battuto su tutta la linea; che il suo amor proprio ne soffra, mi par naturale, e noi possiamo perdonargli un po’ di dispetto.
— Avete ragione; — rispose Don Memmo. — Ma non mi capiti tra i piedi! —
E già aveva preso il biglietto, per farlo in pezzi; ma il signor Lockwood lo trattenne in tempo.
— Perdonate! — diss’egli. — Questo biglietto è prezioso; va conservato. Anche le lettere d’uno sciocco hanno il loro prezzo, in un dato momento. Imparate, mio caro genero, a non buttar via nulla, a riporre, a classificare tutto quello che ricevete di scritto. Vien sempre il giorno che dovrete lodarvi della vostra previdenza. Voi credevate di aver fatto un magazzino: e in quella vece avevate preparato un arsenale. —
Don Memmo capì che il suo futuro suocero aveva ragione; e conservò il biglietto del conte di Riva.
Massimo era ritornato all’albergo. Sull’ingresso aveva trovato il portiere, che, sapendo le sue relazioni e la consuetudine delle gite quotidiane coi Lockwood, si era creduto in obbligo di dirgli:
— Le signore sono già escite.
— Ah, bene! — rispose egli, sorridendo, come uomo a cui non si dica una cosa nuova. — E ritorneranno per l’ora del pranzo, naturalmente. —
Così dicendo, spiccava dal quadro la chiave della sua camera. Aveva parecchie ore davanti a sè, per aspettare un messaggio del Savelli, se al suo fortunato rivale fosse venuto in mente di rispondergli qualche cosa, e per far intanto le sue valigie.
Il lavoro non era difficile e non sarebbe stato neanche lungo. Ma il conte Massimo ci perdette un po’ di tempo, perchè il cervello gli andava in processione. Di tanto in tanto, scambio di riporre qualche capo di vestiario nella valigia, il nostro giovanotto lo scaraventava contro la parete, e lo stazzonava fra le mani, passeggiando concitato, borbottando frasi vuote di senso e prive di grammatica. Si era ben lontani dalla pazzia di Orlando, sicuramente; ma anche Massimo di Riva era lontano dall’epoca dei paladini. Ogni età deve avere le sue proprie forme di sciocchezza: ci sono state le epiche; poi le drammatiche; ora siamo alle comiche.