Erano le quattro dopo il meriggio, quando il conte di Riva ebbe finito di far le valigie. Chiamò allora il cameriere e domandò il conto della settimana, annunziando che voleva partire.
— Si ha da mandar la roba al piroscafo? — chiese il cameriere.
— No, alla stazione.
— Ah, scusi, signor conte, credevo che andasse a Palermo.
— A Palermo! che novità?
— Ma.... sapendo che i signori Lockwood partono questa sera per Palermo....
— No, — interruppe Massimo, — io soffro il mal di mare, e Palermo non mi vedrà. —
Il cameriere non rispose più nulla, e andò a cercar la vettura.
Frattanto il conte Massimo sapeva le nuove risoluzioni dei Lockwood. Anche il signor Montgomery voleva fuggire. Andasse pure; andasse anche al diavolo. Ma chi gliel’avrebbe mai detto un giorno avanti, che la gita di Napoli dovesse finire a quel modo? E gli passavano davanti agli occhi della mente i giorni dell’amor suo, delle speranze, dei sogni, mentre gli suonavano all’orecchio gli ultimi echi del ritornello canzonatorio: «E come fu? come non fu? Povera figlia contalo tu».
Ah sì, povera figlia! Sciocca smorfiosa, piuttosto! E non meno sciocco lui, a lasciarsi incantare da quella bionda americana. Moglie e buoi, dei paesi tuoi. Gli era sempre parso volgare il proverbio, che appaiava le donne ai buoi; ma allora non più: allora gli pareva sublime, di giustezza e di verità. Come aveva egli potuto invaghirsi a tal segno, perdere il lume degli occhi per quella puppattola, che sapeva dir «veramente?», che sorrideva molto e non capiva nulla? E quel padre! Quel caimano vestito da uomo! Che smania, che furore di titoli sonori aveva egli portato dai cunicoli della sua miniera d’argento! E vedete da che dipendeva, se mai, la fortuna di un povero amore! Se i Riva avessero avuto un prete in famiglia, e quel prete fosse stato nominato vescovo, e quel vescovo creato papa, i Riva ci diventavano principi, grandi di Spagna, Dio sa che altro ancora! e miss Madge, della progenie boscaiuola e minatrice dei Lockwood, sarebbe stata felicissima di concedergli la sua mano. Ah, sposasse chi voleva, oramai! Il conte Massimo non ne poteva più dalla rabbia, dalla vergogna, e dal disprezzo di sè. Un’ora prima del bisogno, fece portare le sue valigie alla stazione; non gli parve di respirar bene, se non quando sentì chiudere gli sportelli, gridar la partenza e fischiar la vaporiera del treno di Roma.