Bella gita di Napoli! come gli aveva fruttato! Partenope, lusinghiera e traditrice Sirena, quanto era stato saggio Ulisse, a non voler udire i tuoi canti! Di quei canti il viaggiatore aveva ancora intronato l’orecchio. «E come fu? come non fu?»
Il treno di Roma si avviò rumorosamente attraverso gli orti dei Paduli. Un grande scenario, il fondo di quella valle, chiusa a levante dall’azzurra montagna di Somma! Il Vesuvio fumava, nettamente profilato su quel cielo di madreperla. E la testa di Massimo fumava assai più del Vesuvio.
XV. Il poeta nelle nuvole.
Almerico di Montegalda aveva già ripreso da parecchi giorni il suo lavoro quotidiano nel gabinetto di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Era ritornato da Parigi, calmo secondo il suo costume e con la bianca faccia velata di soave malinconia, come tanti bei cavalieri di Antonio Van Dick, taciturni ma pieni di pensiero, che spiccano luminosi dal fondo scuro, e proprio «raggianti di pallore» come l’eroina del «Ballo in maschera». Non crediate che con questo paragone si voglia far onta al Montegalda, e neanche farvi ridere un pochino alle sue spalle. Almerico non potrebbe far ridere, come tanti eroi tenebrosi di romanzi e poemi alla moderna; al più al più, potrebbe far pensare che se gli uomini fossero tutti come lui, buoni, modesti, severi, animi aperti a tutti i grandi entusiasmi e chiusi a tutto il rimanente, il mondo sarebbe assai bello, tanto bello, da diventarne monotono. Ma quando una cosa simile si fosse pensata, verrebbe subito alla mente lo stato vero della società civile; si riconoscerebbe che quella monotonia di perfezione non può essere raggiunta, e quei caratteri, esemplari rarissimi di bellezza morale, potrebbero nella peggiore ipotesi essere argomento di satira superficiale, ma altresì d’invidia profonda: come i ritratti di Van Dick, che possono far sorridere di compassione un’arte smargiassa, e sono in pari tempo il desiderio di tutti i Musei.
Il soggiorno di Almerico a Parigi non era durato più di due settimane. Fin dai primi giorni il nostro giovinotto aveva adempiuto l’incarico del suo ministro, e senza molta fatica. Le conoscenze che aveva dovuto fare per ciò negli alti uffizi della Repubblica giovarono anche alle dame, poichè esse, introdotte dal conte di Montegalda, videro un po’ più del meccanismo politico della Francia, che non fosse il recinto delle due Camere deliberanti. Così nella parte politica del viaggio era stato egli il cicerone; per tutto l’altro la duchessa Serena e la marchesa Flora avevano guidato esse il conte Almerico. Nella parte sua il Montegalda non abusò della pazienza delle dame, ben sapendo che i congegni politici, per chi non ha da usarne, son più noiosi di quelli d’un orologio, quando non si è orologiai. Le dame, per contrario, presero con gusto matto a condurre Almerico un po’ da per tutto, facendogli vedere ogni minuzia, delle tante ond’erano state colpite, in un mese di gite continue.
Le donne, diciamolo subito ad onor loro, hanno un lor modo particolare e bellissimo di vedere il mondo. L’uomo è sintetico; esse sono analitiche. Ma la sintesi ha un gran valore, quando riassume e compendia il frutto di molte osservazioni; ne ha poco, o non ne ha punto, quando si contenta di guardare a volo e di concludere da scarse premesse. Con tutti i suoi difetti, è dunque da preferire l’analisi, in viaggio, e per ragione d’analisi l’osservazione minuta di tutte le piccole cose. Voi andate per le vie, costretti dalle vostre gentili compagne a fermarvi ogni tre passi, e vi pare che si perda il tempo in scioccherie; vi pare inoltre, sul finire della giornata, che la testa vi giri, per quella gran confusione; ma poi, con vostra maraviglia, guardandoci dentro con gli occhi della meditazione, ve la ritrovate stupendamente arredata di mille cognizioni utili. E Parigi si conosce bene, studiata attraverso le osservazioni di una donna. Essa è, del resto, la città più femminea del mondo: quella che ha più delicatezze, e mettiam pure esagerazioni di delicatezze, perchè di tutte le esagerazioni una sola è brutta davvero, cioè a dire la esagerazione della volgarità. Certuni vanno a Parigi per veder teatri, palazzi e musei; altri per goder la vita dei passeggi e delle trattorie; altri per veder biblioteche, istituti scientifici, fabbriche, magazzini e via discorrendo. Tutte cose bellissime, non lo nego. Ci sono anche dei libri, che vi istruiscono largamente intorno a tutte queste bellissime cose. Perfino gli uffici dei giornali, le scene drammatiche e le liriche, gli studi dei pittori in voga, i penetrali domestici dei commediografi e dei romanzieri di grido, così aperti al pubblico e chiassosi come i santuarii delle dive di palcoscenico, hanno i loro ciceroni, a tre lire il volume. Parigi delicata, femminea, pensosa ed operosa, che intende ed appaga tutti i bisogni della vita, offrendo ai più modesti spiriti come ai più ambiziosi la loro parte di felicità; non si vede bene, non si conosce intimamente che in quella minuta analisi, e con quella guida che vi ho detto. Utile guida, ma anche pericolosa! Se la bellezza è compagna all’uffizio, povero a voi! v’innamorate del vostro cicerone in gonnella. È anche vero che se voi non ve ne innamorate, il cicerone vi serve poco: la vostra intelligenza non ritrae nessun vantaggio da insegnamenti così fitti e minuti.
Povero Almerico! Non si vive impunemente al fianco di una bella persona, quando già da un pezzo tutti i moti dell’anima costringevano ad amarla. Spirando inavvertito da lei, involgendolo come in una nube, il dolce veleno gli era penetrato per tutti i pori. Non resisteva più; non si sforzava, come prima, di negare il fatto a sè medesimo; amava ed era contento di amare. Frattanto, non aveva detto una parola, neanche la più timida e riguardosa, donde l’amor suo trasparisse. E questo io penso che non parrà tanto strano. Oltre che nell’amore è uno stadio di calma apparente, in cui si direbbe che l’animo si trattenga a meditare sulle novità delle sue sensazioni, come l’infermo, richiamato da morte a vita, non pensa per un tratto che alla gioia tranquilla di sentirsi vivere, dobbiamo ricordare che Almerico di Montegalda apparteneva a quella classe d’uomini che sentono molto e perciò durano maggior fatica ad esprimere. Acqua profonda è lenta; lascia intender poco delle interne correnti che le dànno la via.
Anche la duchessa appariva tranquilla; e fin troppo, Dio buono, fin troppo! Ora, una simile tranquillità di spirito, facilmente scambiata con la fredda immobilità d’una statua, sarebbe bastata a trattenere Almerico, quando pure egli avesse desiderato parlare. E così tranquilli, sebbene tanto vicini, facevano pensare alle due famose isole Aleardiane, che «si guardan sempre e non si toccan mai»; cosa naturalissima nelle isole d’uno stesso arcipelago, se nessuna eruzione sotterranea interviene a commuovere il fondo d’un braccio di mare, e con le sue lave a colmar l’intervallo.
Pure Almerico sentiva un vulcano nel suo cuore. Ma ne covava un altro nel cuore di lei? Nessun indizio poteva avere egli di ciò; e forte, quant’era timido, contenne gelosamente i moti del suo.
Il cavaliere Buonsanti era rimasto lontano parecchi giorni oltre il termine assegnato alla sua gita. Ma finalmente ritornò, e con lui la bella allegria che sappiamo. Aveva il buon umore comunicativo, il Buonsanti; era pieno di vita, quel vecchio soldato; l’uso dei campi, le fatiche e i pericoli, avevano formato una ruvida corteccia intorno al suo cuore, conservandoci dentro un tesoro di gioventù. Si rise molto con lui, e le ciceronesse parigine che con Almerico erano state tanti giorni sul grave, parvero ragazze uscite di conservatorio, quando s’aggiunse alla brigata il cavaliere di Carpigliano. La marchesa Flora, a dir vero, non faceva una grande novità, essendo stata sempre di umore più gaio. Ma di lei v’importa poco, lo so, e vi confesso che non ne importa molto a me, quantunque io l’abbia per una brava signora. Vi parrà in quella vece più strano di veder ridere la duchessa Serena. Ed era strano davvero, ed anche piacevole, perchè madonna aveva una bocca stupenda. La serietà della duchessa era vinta, e molto naturalmente, dalla apparizione del Buonsanti. Non era giusto, infatti, che si festeggiasse il ritorno di quell’ottimo fra gli amici? Le gite della brigata furono da quel giorno più amene; i pranzi del quartetto riuscirono i più allegri del mondo. Almerico, a buon conto, non avrebbe osato condurre le dame a pranzare lungo la Senna, in un’«isola di Robinson». Ma bene l’osò il cavaliere Buonsanti: e il pesce fritto di un’osteriuccia campestre, mezzo ascosa tra i salici, col fiume davanti agli occhi, i vaporini che passavano oltre, carichi di gente allegra, le canòe lunghe e sottili che sfioravano l’acqua sotto l’impulso gagliardo di una squadra di rematori, diede argomento ad uno dei più graziosi idillii che l’uomo moderno possa immaginare, in mezzo ai sopraccapi, alle noie, alle volgarità della vita cittadina.