Quello fu anche l’ultimo giorno della lor dimora a Parigi. La mattina seguente si fecero le valigie, per ritornare in Italia. La marchesa Flora Terenziani era aspettata a Roma. La duchessa Serena voleva anche rientrare nel suo palazzo, per chiuderlo e andare in campagna.
— Senza di noi, duchessa, come farete? — le diceva il Buonsanti, ridendo. — Vi annoierete a morte, non è vero?
— Eh, non lo dite per celia; — rispose la duchessa. — Potrei annoiarmi davvero. Ma voi verrete a trovarmi. Tivoli non è in capo al mondo, che io sappia. —
Fin dai primi giorni che era ritornato a Parigi, il Buonsanti aveva preso in disparte Almerico, e passeggiando il «boulevard des Italiens», nell’ora mattutina che sapete, si era sfogato in una lunga conversazione con lui.
— E così in questo tempo che io son rimasto fuori, hai fatto il tuo dovere?
— Ci ho messa tutta la mia buona volontà; — rispose Almerico. — Ma sicuramente non ci son riescito come te. Vedi come per il tuo ritorno le dame si son rifatte allegre?
— Eh, caro mio! — esclamò sospirando il Buonsanti. — Son miracoli, questi, che non vogliono dir nulla. L’amicizia fa stare allegri, ed è poco; meglio vale l’amore, che fa pensare e soffrire.
— Ma bravo! — disse Almerico, sforzandosi di sorridere. — Ecco il mio Buonsanti romantico!
— Ebbene? Ti sembra strano? Pensa che quando son nato io, erano romantici tutti, perfino le balie: ed io ho succhiato di quel latte. Ai miei tempi si amava sospirando; e credo, senza far torto alle nuove generazioni, che dovrebb’essere così, anche ora, per tutti i cuori.... cioè, no, diciamo meglio, per tutti i polmoni ben fatti. Ma ritorniamo a noi. Tu hai fatto il tuo dovere, mi dici. Spero bene che avrai fatta la tua corte.
— Io, no.