— Davvero, sei un miracolo d’uomo; — esclamò il cavaliere. — Neanche far versi, e ai tempi nostri, in Italia, dove grugniscono un’ode anche i porcellini da latte!

— Cavaliere! — disse il Montegalda, con aria di finta gravità. — Questo linguaggio....

— È orribile, lo so; — rispose il Buonsanti. — Così voglio che sia. Tu faresti perdere la pazienza a più santi che io non ne abbia nel mio riverito cognome. —

Checchè dicesse il Buonsanti per convincerlo, Almerico non aveva parlato. La cosa non gli era neanche possibile, come il Buonsanti credeva, fidando troppo nella efficacia dello stile romantico. Le occasioni che schiudono le labbra ad una dolce confidenza debbono nascere spontaneamente. E se le occasioni non nascono, a che sforzare il terreno? In fin dei conti, c’è una intimità di consuetudini che ha pure i suoi pregi. Vivendo insieme, ragionando garbatamente di mille cose che si vedono insieme, due anime hanno tempo a rivelarsi scambievolmente. Non so se abbiate osservato mai che quando un uomo e una donna si son detti la gran parola a cui accennava il cavaliere Buonsanti, non hanno più altro argomento a trattare che quello (fino al giorno che se ne infastidiscono tutt’e due, soggiungerebbe uno scettico), e per tutto l’altro son come mutoli. Così non avviene più che le due anime si confondano in una piena e libera comunione di pensieri. Si è uniti per l’amore, unico nodo, mentre su cento altri punti, ed anche essenziali, può essere cagione di discordia: latente, fin che duri la fiammata della passione, aperta e palese e rumorosa, quando del primo incendio non rimangono che faville. Andare adagio sui principii, conoscersi intimamente, sapere che si pensa allo stesso modo su molte quistioni, temperare all’uopo le proprie opinioni, ricambiarsi le idee, conformare i sentimenti, non è bella cosa e savia per due anime che sperano di poter fare insieme il lungo cammino della vita? Così parrà certamente a tutti gli spiriti sani, che ragionino di queste cose tranquillamente, e diciamo pure accademicamente, come io e voi.

Ma così non pare che vada, quando si è in causa propria. Almerico non ragionava come io e voi; seguiva il costume di tutti gl’innamorati a buono; dubitava, e dubitando giungeva fino a credere che quella donna non avrebbe mai potuto amar lui. Il cavaliere Buonsanti, veramente, pensava il contrario. Ah sì, il Buonsanti, poteva dire quel che voleva, anima buona, semplice nella sua bontà, non andava al fondo delle cose, che infine non era affar suo. Non intendeva dunque ciò che vedeva così bene Almerico. Poteva questi, dopo essere stato quasi intermediario fra Massimo e la duchessa e confidente di una gran pena, sperare di essere amato egli, da quella donna che aveva veduta così afflitta per il tradimento di Massimo? Anche il parlare, per indagar l’animo della duchessa, gli doveva parere una cosa impossibile, una enormità senza esempio. Non si sarebbe egli mostrato tracotante? non avrebbe corso il rischio di apparirle mosso da un secondo fine, in quel poco che aveva tentato di fare? Brutta cosa, il secondo fine, e non bella esserne sospettato. Perciò non avrebbe ardito mai di parlare. E così, non interrogando, non intendendo, o forse intendendo troppo, dal dubbio era passato alla certezza del peggio. Era una triste condizione, la sua; ma naturale, ma necessaria. E in quella condizione, meglio era un sollecito ritorno a Roma; dove almeno la intimità e il tormento di tutte le ore del giorno gli sarebbero mancati, ed egli avrebbe potuto affogare le sue tristezze nella furibonda assiduità del lavoro.

Così erano partiti da Parigi, per ritornare in Italia. E in viaggio parevano tutti allegri; tanta era la festività del cavaliere Buonsanti! così bene confondeva egli, nelle girandole scoppiettanti del suo buon umore, la calma pensosa di Serena e la mestizia contegnosa di Almerico. Della marchesa Flora non è mestieri parlare. La vecchia bella, se non era così allegra come il cavaliere di Carpigliano, poteva passare per un’ottima compagna di viaggio, disposta a prendere il colore del tempo e dell’ambiente, che nel caso nostro sarebbe il colore della brigata. Del resto, la marchesa Terenziani era per il momento una donna felice: portava da Parigi due nuove abbigliature, molti preziosi nonnulla, e grande provvista di cosmetici.

Rientrati in patria, si erano fermati ancora un paio di giorni a Torino. La cosa era stata solennemente dichiarata necessaria dal cavaliere, tanti erano in quella città i monumenti e i ricordi del risorgimento civile d’Italia. Città militare, fin che si vuole; anzi diciamo di più: è gran ventura che ce ne sia stata una. C’è poi tanta poesia, in quella vasta caserma! e ce ne durerà tanta per i poeti futuri, se ai presenti non giova!

Nel monumento di piazza Carlo Alberto il cavaliere Buonsanti potè far ammirare alle signore la sua uniforme di ufficiale piemontese, dal Quarantotto al Cinquantanove. A farlo a posta, la figura di bronzo ch’egli accennava alla duchessa, aveva un’aria di famiglia con lui.

— Vedete un po’! — disse la dama. — Queste figure eroiche sembrano oramai di un tempo lontano. E voi, cavaliere, siete qui sempre giovane. Ciò mi avverte che quel tempo è di ieri.

— Ah, duchessa! — esclamò sospirando il Buonsanti. — Si è fatto un gran salto, da quell’ieri a quest’oggi. I giovani, per dirne una, son già più vecchi di noi. A me, qualche volta, par d’essere il personaggio della leggenda, che si svegliò dopo una notte di sonno, e trovò il mondo cambiato. Anch’io sarei per dubitare d’aver dormito cent’anni. —